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mercoledì 13 gennaio 2021

HOMO HOMINI LUPUS

>HOMO HOMINI LUPUS<

L’istinto di sopravvivenza ci identifica come esseri umani? È il collante che, quasi paradossalmente, ci unisce in maniera viscerale e mantiene viva la fiamma ferina, più o meno sopita, dentro ognuno di noi?

Oppure è un tramite per diventare migliori?

Non ho ovviamente risposte, ma in un momento storico eufemisticamente confusionario (del quale purtroppo faccio parte), credo sia giusto porsi qualche domanda osservando ciò che ci circonda: il distacco brutale dagli altri, non solo fisico, ma anche morale, il pallido tentativo di colmarlo con surrogati tecnologici che, lentamente, stanno prendendo il sopravvento sul rapporto umano; non a caso “umana” viene definita una relazione che prevede il contatto e la vicinanza, la vuota conoscenza di nulla delle masse, obnubilate da siparietti allegri e colorati, manifestata con orgoglio e sbandierata come fosse una virtù, il sensazionalismo del pressapochismo e della falsa competenza idolatrati edonisticamente a suon di likes e cuoricini, la pingue e salmastra faciloneria nel disquisire di argomenti che oltre a non conoscersi, nemmeno si comprendono (effetto Dunnig-Kruger spostati) e via discorrendo … Non so il perché, ma scrivendo queste righe mi vengono alla mente alcuni racconti di fantascienza che lessi da ragazzo (penso che il libro “L’ora d fantascienza” sia ancora un qualcosa di meraviglioso (e meravigliosamente istruttivo) da far leggere ad un giovane), tipo “I 9 miliardi di nomi di Dio” di A.C Clarke o “La risposta” e “Esperimento” di F.Brown; chissà che strane sinapsi mi sono attivate, poco importa, resta il fatto che, nonostante tutto mi faccia ancora qualche domanda e, nel silenzio della mia mente, provi anche a formulare delle risposte.

Hana Wa sakura gi Hito wa bushi” – “Tra i fiori il ciliegio Tra gli uomini il guerriero

_ Fightworld _

“Guerriero è colui che si oppone al caos” Mahābhārata

Piccola premessa Nerd (si può saltare 😅):

Il Sistema Nervoso Vegetativo – SNV – è quella parte del sistema nervoso che provvede alla regolazione delle funzionalità viscerali dell’organismo. Rappresenta quindi l’insieme dei centri e delle fibre nervose che si distribuiscono ai visceri.  Esso è essenzialmente un sistema effettore che presiede al controllo della muscolatura liscia, di quella cardiaca e delle funzioni ghiandolari. Coadiuvato in molti casi dal sistema endocrino, esplica una funzione modulatrice sulla gittata cardiaca e sulla pressione arteriosa, sull’attività gastrica e intestinale, sulle secrezioni ghiandolari e su molte altre funzioni viscerali; ha una velocità di reazione maggiore del sistema endocrino, essendo capace di rispondere molto prontamente, anche nell’intervallo si pochissimi secondi, alle variazioni dell’ambiente interno, garantendo un rapido ripristino delle condizioni di stabilità.

Poiché le funzioni regolative svolte dal SNV non sono direttamente controllate dalla volontà, esso viene anche denominato Sistema Nervoso Autonomo (SNA). Mentre la maggior parte dei movimenti generati dal Sistema Motorio Somatico (si occupa della muscolatura scheletrica) vengono controllati volontariamente, mentre la maggior parte degli adattamenti motori generati dal SNA sono d natura riflessa e, in generale, come già accennato, non accedono al livello di coscienza. Tuttavia, la differenza tra i due “sistemi motori”, volontario (somatico) e involontario (autonomo) è relativa e non assoluta. Alcuni movimenti somatici, in particolare le risposte riflesse, sono involontari, d’altra parte alcune azioni del SNA possono essere comunque influenzate, in modo più o meno diretto, da centri superiori localizzati nel Sistema Nervoso Centrale (SNC).

In base a differenze anatomiche, neurochimiche e funzionali è possibile distinguere nel SNV due principali sezioni: il Sistema Simpatico (ortosimpatico) e il Sistema Parasimpatico. Inoltre esiste una terza sezione quella del Sistema Nervoso Enterico, che svolge un ruolo di controllo dell’apparato gastrointestinale.

Una brillante immagine d’insieme del SNV è data da Frank Willard:

“La nostra esistenza quotidiana dipende dalle attività coordinate dei sistemi degli organi interni. L’elemento più importante nell’orchestrazione delle diverse funzioni di queste strutture interne è il SNA che, attraverso una vasta rete di connessioni, contribuisce a mantenere il ritmo normale di attività degli organi interni e regolarne le efferenze (output)per adattarle alle richieste provenienti dall’ambiente”.

Il SNV è dunque protagonista, insieme e per mezzo di una complessa rete di connessioni, della regolazione del nostro ambiente interno e del suo equilibrio omeostatico, in relazione e come risposta a quanto richiesto dall’ambiente esterno secondo un principio allostatico.

Le funzioni peculiari del SNV sono dunque rivolte al mantenimento dell’omeostasi del “mezzo interno”. Tale risultato è garantito in larga misura dalle influenze, per lo più antagoniste, che i due sistemi (simpatico e parasimpatico) esercitano sulle funzioni dei diversi organi e apparati.

L’attività del Sistema Simpatico si manifesta particolarmente in condizioni in cui l’organismo si trova a fronteggiare situazioni di emergenza o stress.

Esso è stato associato alle reazioni di combatti/fuggi (fight or flight nella definizione di W. Cannon). Infatti la stimolazione del sistema simpatico determina aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e del flusso sanguigno al cuore  e ai centri nervosi, inibizione delle funzioni gastrointestinali, iperglicemia ed incremento dei processi catabolici; la demolizione delle risorse energetiche arricchisce il sangue di tutti i substrati metabolici che potranno essere sfruttati dall’organismo per sostenere una consistente risposta offensiva o difensiva. Quando ci sentiamo minacciati, l’attivazione di questa branca del SNV, produce modificazioni fondamentali nel nostro organismo atte a garantire la nostra possibilità di sopravvivenza.

L’attivazione del Sistema Parasimpatico predomina, invece, nelle condizioni di stabilità e di riposo (rest & digest). Esso favorisce le funzioni digestive, riduce la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, svolge nel complesso una funzione spiccatamente anabolica per il ripristino delle scorte energetiche.

Comprendiamo, dunque, come siano diverse le funzioni esercitate da queste due sezioni nella regolazione del comportamento emozionale e dell’omeostasi; interessanti a riguardo sono le parole di uno tra i più grandi strateghi della storia “L’istante immediatamente dopo la vittoria è il momento di più grande vulnerabilità, quando le truppe si rilassano esse sono avvolte da un potente e devastante crollo fisiologico”: così Napoleone concedeva una facile e immediata vittoria al nemico e si preparava all’immediato contrattacco nel momento ritenuto più favorevole alla vittoria, sottolineando come, una volta cessata l’ “onda simpatica”, il corpo dei combattenti si adagiasse nel caldo abbraccio rilassante del sistema parasimpatico, rendendosi così vulnerabile al nemico.

Piccola curiosità. Senza il Sistema Nervoso Simpatico un animale può sopravvivere a condizione che sia messo al coperto, venga riscaldato e non venga sottoposto a stress. Tuttavia, un animale simpaticectomizzato non è in condizione di compiere un lavoro intenso o di badare a se stesso in condizioni di emergenza. Inoltre, non è in grado di mobilizzare il glucosio epatico in risposta alle esigenze dell’organismo e di rispondere all’esposizione al freddo con un’adeguata vasocostrizione e con la piloerezione. Tuttavia, il SNA non entra in attività solo in condizioni di emergenza e per assicurare i processi di recupero. Molte vie simpatiche e parasimpatiche sono tonicamente attive ed agiscono di concerto con il Sistema Motorio Somatico per mantenere un ambiente interno stabile nonostante le variazioni delle condizioni esterne.

Dal mappazzone neuro-scienzo-fisiologico scritto qui sopra si evince come, per un retaggio evolutivo e, quindi, profondamente insito nella costruzione dell’essere umano, l’attitudine al combattimento (in fondo anche la fuga è parte di una strategia di lotta: 空手に先手なしKarate ni sente nashi – non c’è primo attacco nel Karate; 勝つ考えは持つな負けぬ考えは必要Katsu kangae wa motsuna; makenu kangae wa hitsuyo – non pensare a vincere, pensa piuttosto a non perdere; 敵に因って轉化せよ Teki ni yotte tenka seyo – adeguati al tuo avversario; alcuni dei Niju Kun, 20 principi guida del Karate 英文版 空手道二十訓 – Gichin Funakoshi) ci appartiene tanto quanto il riposo o la necessità di cibarsi.

Siamo umani (anche) perché combattiamo (quindi entriamo in relazione stretta, ravvicinata, con gli altri).

La parola combattere, viste le premesse fisiologiche, acquista ovviamente un significato ampio e variegato (esempio: combattere il freddo), ma oggi ci soffermeremo esclusivamente sul significato tradizionale, etimologico del termine: “far battaglia insieme”, “battersi che fanno insieme gli uomini guerreggiando” [etimo.it], partecipare ad una lotta, insomma.

Probabilmente sono almeno 5mila anni che l’essere umano ha “regolamentato” la lotta e il combattimento corpo a corpo; esistono documenti che evidenziano come nel III° millennio a.C., in Mesopotamia, esistessero già luoghi consoni affinché una determinata categoria di persone potesse allenarsi accuratamente in tal senso.

(L’origine etimologia del termine “Palestra” si rifà al greco Pàle, lotta: luogo dove esercitarsi alla lotta).

L’Arte Marziale disarmata che nacque in Mesopotamia  era certamente primitiva  e si crede che la sua evoluzione continuò in India, per poi spostarsi in Cina.

Le basi per la costruzione dei primi sistemi di combattimento sembra derivino dall’antica casta guerriera indiana dei Kshatriya, persone solitamente identificate come saggi, asceti del combattimento, incarnazioni delle virtù guerriere intese nella migliore accezione del termine.

Essi praticavano, oltre alla pratica marziale con le armi, una forma rudimentale di combattimento chiamata “Vajra mushi, ovvero pugno-fulmine o pugno-diamante”, una tecnica di percussione a mani nude che attraverso varie rotte commerciali giunse nelle regioni indocinesi ed indonesiane come nell’arcipelago delle Ryūkyū, la patria del Karate.

Le notizie e i documenti si perdono nel tempo e si fondono con storie e leggende delle quali, senz’altro mi innamorerei sentendole raccontare davanti ad un fuoco: rituali magici, cerimonie iniziatiche, uomini (e donne, ovviamente, inteso come esseri umani) dalla forza prodigiosa e, spesso, circondati da un’aura di mistico potere; ho qui di fianco un tomo con più di 500 pagine di queste vicende, più o meno comprovate, dove si tenta di dare un ordine e, forse, anche un senso, una genealogia, al combattimento. Impresa faticosa, anche nella lettura, ma indubbiamente affascinante.

Ma cosa prova l’uomo mentre combatte?

Non esiste risposta univoca:

_ Nel mondo, combattere per quello in cui si crede è sinonimo di verità _

_ L’istinto di lottare, di sopravvivere, di proteggere. _

­_ Non lottiamo per ucciderci. Non vogliamo battere gli altri, vogliamo battere noi stessi _

_ Il lottatore deve difendere l’onore, l’orgoglio e la dignità della sua comunità­_

_ Tutti sanguinano, tutti sudano, chi combatte lo fa per una ragione e credo che alla fine le ragioni siano quasi le stesse­_

Il combattimento conserva la nostra umanità o contribuisce a farcela perdere?

_ Usiamo le Arti Marziali come un binario che collega diverse minoranze_

_ Crediamo che combattendo tutto diventi più chiaro _

_ Nell’Arte Marziale che deve educare l’uomo non può esistere il nemico, non può esistere l’avversario. Quest’Arte Marziale è diventare tutt’uno con l’universo, non ha il fine di diventare più forti o proiettare lontano un rivale. Noi ci alleniamo nella speranza di essere utili a qualcuno, nell’idea di portare la pace intorno a noi_

_ Se il vostro avversario vi attacca con impeto, ricevetelo con leggerezza, se vi attacca con leggerezza, ricevetelo con leggerezza_

_ Rappresento la libertà _

_ È un segno di riconoscenza _

_ È normale diventare amici, dopo, perché ci conosciamo bene. Forse non c’è nessun modo per conoscerci bene come fare a pugni _

Immergersi nel multiverso (vischioso e vorticoso) degli sport da combattimento e delle Arti Marziali è un’impresa ardua perché richiede verità, la stessa verità che cola copiosa, come sudore dopo l’allenamento, dalle parole lette poc’anzi; il desiderio di trovare se stessi, ma anche quello di confronto con un’alterità che ci sta davanti, non lo specchio di noi stessi, non quello che vorremmo l’altro fosse, ma proprio un “altro”, non già (o non sempre) un nemico, ma qualcuno con cui condividiamo ideali e la stessa voglia di ricerca; ognuno con le proprie motivazioni, ma, comunque, insieme. Tutto ciò racchiude emozione e empatia, quindi comprensione. Comprensione dell’altro e, in una visione più ampia, comprensione del mondo.

Combattere significa comprendere. Comprendere significa vivere o, in un’accezione tutta orientale “camminare sulla Via (Do)”.

La nostra vita è lo strumento mediante il quale compiamo esperimenti con la verità.
(Thich Nhat Hanh)

Non è tutto questo un elisir, un medicamento, una pozione di smisurata potenza? In un mondo “fake”, dove la finzione sublima fino a diventare regola e usare un filtro per mascherarsi resta una prassi consolidata, una possente iniezione di realtà, un faccia a faccia senza schermi, può diventare l’ancora di salvezza. Restare umani e diventare migliori.

Un mio amico, lottatore di livello, un giorno mi disse: non conosco posto più meritocratico del tatami.

Ed è così.


E non parliamo di violenza, ma dell’assoluto opposto; parliamo di disciplinare il proprio corpo, nel rispetto per se stessi e per gli altri, parliamo di provare a toccare gli angoli più reconditi della propria mente, trovare concentrazione assoluta, spingersi verso i limiti, affrontare i propri demoni; parliamo della vita intesa come cammino, riassunto mirabilmente nel termine giapponese Budo, la “Via Marziale”, dove l’ideogramma Bu, oltre a significare “Marziale”, appunto, significa anche interrompere, arrestare la lotta, perché il “Budo” non è solo combattimento, ma anche la possibilità di trovare la pace e il dominio di sé.

Piccola parentesi.

“Fightworld” è una docuserie di 5 puntate in onda su Netflix.

L’attore Frank Grillo, esplora e sperimenta le tecniche di lotta caratteristiche di diverse parti del mondo, cercando di comprenderne tradizioni e motivazioni, provando a far vivere allo spettatore la purezza e la fede (non necessariamente parliamo di religione) dei combattenti che incontra.

La serie, splendida a mio avviso, pone l’accento non tanto sul combattimento, quanto su chi combatte; con una straordinaria e palpabile passione vengono mostrate cinque crudissime realtà, cinque ambienti vitali “inospitali” dove l’essere umano deve ritagliarsi il proprio spazio per non essere sopraffatto dall’abbraccio stritolante della vita, della miseria, della paura. La via di fuga passa attraverso la disciplina del miglioramento personale, forgiando corpo e mente tramite la lotta.

Nonostante edulcorata dalle telecamere appare evidente la Via percorsa dai protagonisti che, inconsapevolmente e tra mille contraddizioni personali, restando “umani”, quindi, incarnano perfettamente l’ideale di ricerca del miglioramento personale.

Il nostro mondo ha bisogno di Verità. Ritrovare un po’ di quella primitiva e selvaggia voglia di vivere, dispersa nella “ipercivilizzazione”, potrebbe aiutare a purificare i nostri spiriti assopiti dall’abuso di farmaci e dall’iperalimentazione e ingannati da falsi dei nascosti dietro schermi “delle nostre brame”.

Combattere significa comprendere, ricordate.

Più duro è il contatto, più profonda è la consapevolezza” Motto dei Dog Brothers – scuola di combattimento con bastoni

Scoprirai il vero significato di molte cose inerenti alla via solo esercitandoti senza tregua e praticando molto duramente” Miyamoto Musashi.

Comprendere significa vivere, ricordate.

L’Arte Mariziale è lo spirito di chi con una semplice lancia può far fronte, in nome della dignitò, all’arma più potente, più sofisticata. Questo è lo spirito dell’Arte Marziale e, in definitiva, dell’uomo” Deshimaru Roshi

Fede🥋

 

Fonti consultate:

Combat (Mondadori)

Il sistema stilistico shotokan (AMP edizioni)

Fisiologia Medica vol. 1 (Edi Ermes)

Fondamenti delle neuroscienze e del comportamento (CeA edizioni)

La PNEI e la struttura che connette (Edra edizioni)

www.paolacasoli.com

www.karateka.it

Le risposte citate sono tratte dal volume “Combat” (Mondadori 2006) e dalla miniserie “Fightword” (Netflix).

Le immagini:

www.intellettualemoderno.wordpress.com 

www.partecipiamo.it  

 www.facebook.com  

Un'immagine ritrae l'atleta Sasha Mosso ed è di proprietà di Alessandro Mosso che mi ha concesso l'utilizzo

www.sunetflix.it

 

giovedì 31 dicembre 2020

TRASMUTAZIONE

 >TRASMUTAZIONE<


Un foglio bianco attrae il mio cervello come una luce la falena; sono conscio della trappola, ma mi lascio catturare comunque e, liberando più connessioni possibili in una sorta di trance contemplativa, permetto alle porzioni occulte della mia essenza di emergere, in un processo di Guarigione, intesa sia come atto del guarire sia, da un punto di vista alchemico oltre che etimologico, come riflessione profonda; parola derivata dall’antico germanico, ma con origini celtiche, "warjan", dove war = osservare e jan = dono divino. 

Abbandonato alla piacevole prigione dello scrivere apro la mia essenza a questo processo ascetico.

Trasmutazione.

Mi chiedo quante persone meditino davvero sul significato delle parole usate.

Nelle scienze il significato di trasmutazione riguarda la trasformazione di un elemento in un altro, riferito particolarmente alla trasformazione di un vile metallo in oro; in senso più generale indica anche il passaggio di stato della materia (acqua liquida in ghiaccio, ad esempio), o la trasformazione del nucleo di un elemento nel nucleo di un altro.

In generale, quindi, rappresenta il cambiamento, la trasformazione:

"io vedevo i suoi difetti e lei vedeva i miei, ma per una trasmutazione misteriosa... essi ci apparivano ad entrambi non soltanto perdonabili ma anche amabili". (A. Moravia).

È un termine, non a caso, usato anche nella visione Biodinamica dell'Osteopatia, dove rappresenta un cambiamento di stato delle forze vitali nei fluidi del corpo, lo sviluppo di una potenza che permette alla Respirazione Primaria di agire: "si può vedere la trasmutazione quando la Marea dirige la sua potenza verso un campo lesionale statico. Entra nella lesione e poi la lesione scompare" (J.Jealous).

"All'inizio non crederete ai vostri occhi. È prodigioso" (W.G.Sutherland).

Quindi "Trasmutazione" è ancora più di cambiamento; è un cambiamento da cui nasce qualcosa di migliore, "un cambiamento dell'essere che se visto sembrerebbe miracoloso" (J. Jealous).

In Osteopatia Biodinamica, ma per esteso in tutti i fenomeni della Vita, Guarigione e Trasmutazione, sono non solo parole assonanti ma, soprattutto, dal significato complementare; l'osservazione profonda di un processo la prima, il processo osservato la seconda.

Ecco che questo mistico intreccio ci porta ai piedi di un processo di consapevolezza che, se vuole portare risultati positivi, deve puntare ad una trasmutazione della quotidianità, lasciar andare costrutti mentali pesanti come ancore, abbracciare la fede in se stessi e attendere la rivelazione della guarigione che, in una giornata di "svolta temporale" come oggi, può veramente essere letta in moltissimi modi. A me piace darle il senso di "Liberazione".

Trasmutazione, Guarigione, Liberazione, tre parole a rappresentare un obiettivo, tre parole lette in modo più profondo rispetto al significato superficiale, tre parole che in questo momento sento molto vicine e che mi fanno amare sempre di più ciò che mi circonda, ciò che ho costruito, ciò che ho ottenuto. Tre parole perché alla fine si ritorna sempre lì, alle tre fondamenta di tutte le regole che tengono in piedi l'Universo: Movimento, Materia, Energia.

"Vi sono 'Stillpoints', punti di Quiete, attraverso i quali si verifica la trasmutazione" (J.Jealous).

Mi siedo, in quiete e aspetto …

Fede


In via del tutto eccezionale allego una colonna sonora che, pur risultando probabilmente di difficoltosa comprensione per chi non mastica l'idioma ligure, ha un titolo a mo' di manifesto del suo significato: "Cangia Sta Vitta". Cambia questa Vita.

https://youtu.be/eOLfvP9Q1dI

 

L'immagine è tratta da:

Alkemica.net


venerdì 18 dicembre 2020

OSTEOPATIA, LA VIA DELL'OSSO

>LA VIA DELL'OSSO<

Osteo-Path.

Immagino che questa fosse la visione dei "Padri" dell'Osteopatia quando, verso la fine del XIX secolo, portarono a battesimo questa affascinante filosofia di cura.

Una Via di dialogo e quindi di comprensione del corpo umano, dell'animo umano, un sentiero di consapevolezza, crescita e miglioramento personale.

Cosa fa esattamente (nella mia visione) l'Osteopata? Beh, intanto intraprende il cammino su questa Via di autorealizzazione e di accoglienza dell'altro e, inoltre, prova a comunicare, tramite il confronto tra le proprie mani e l'intero vivente della persona che vi si affida (schematizzato con banale complessità dall'anatomo-fisiologia), con ritmi vitali più profondi e ancestrali. La meraviglia di appoggiare le mani, dolcemente, su un corpo vivente (un'anima) sostenendo la sua "direzione di facilità", lasciare che si esprima e si apra alle poderose forze naturali di autoregolazione e autoguarigione in esso sempre presenti. In quiete (Stillness).

Senza questa comprensione qualunque trattamento perde di spessore, si riduce ad una esecuzione tecnica manuale, magari molto precisa, senz'altro efficace, ma povera di qualsivoglia arricchimento.

Credo che la variabile determinante sia proprio questa: se l'obiettivo è aiutare a sviluppare Salute e non semplicemente (ma comunque lodevole e importante) silenziare un sintomo (dolore, ipomobilità…), il trattamento deve vederci trasmutati (termine caro a Sutherland) da cercatori e possibili abbattitori di disfunzioni (ciò che non va, "malattia") a cercatori e possibili espansori di armonia (ciò che funziona, "Salute"). Un cambio di paradigma importante,che pone "il paziente" finalmente nella sua globalità, veramente al centro del trattamento (reale concetto di Olismo). L'Osteopata si dedica, con le proprie mani, ad un segmento, ad una porzione del corpo e questa deve aprirsi nell'intero dell'organismo, deve risuonare, respirare, muoversi, integrarsi in un sistema e potersi esprimere liberamente, come un'onda di Marea che lenta, ma inesorabile, cresce donando il massimo potenziale vitale possibile.

Questo necessita di una certa apertura di cuore, un'accoglienza amorevole (in primis per ciò che si sta facendo) ben rappresentata del termine giapponese Magokoro (真心), una sincerità profonda verso ciò che si propone, verso chi si presta a ricevere e un rispetto incondizionato verso la Natura e le sue forze creative, quelle con cui ci interfacciamo, con cui cooperiamo, le stesse che plasmano l'embrione in uomo e spingono continuamente l'uomo verso la Salute.

"Non iniziare un trattamento fino a che la volontà del paziente non si arrende alla Respirazione Primaria" Rollin Becker DO

"Respirazione Primaria: una forza che passa attraverso il paziente non generata dall'interno, non appartenente alla genetica. Una forza dotata di infallibile saggezza che permette la crescita, lo sviluppo e la guarigione" W.G.Sutherland DO

"Conosci la tua anatomia e la tua fisiologia, ma quando metti le mani sul corpo di un paziente, non dimenticarti che vi abita un’anima vivente" A.T.Still DO

Eh già, da questo non si può prescindere; poi ognuno potrà "personalizzare" il trattamento aggiungendo (anche se in generale è sempre meglio pulire, togliere piuttosto che aggiungere) quello che più si confà alla situazione: soft tissue, articolatorie, TEM, fasciale,medicina tradizionale cinese, HVLA, esercizio terapeutico … il panorama tecnico/manipolatorio è ampio e offre variegate soluzioni, ma ripeto, il punto di partenza (o di arrivo, che in fondo è uguale) deve essere la collaborazione con le forze naturali ingaggiando con le proprie mani la potenza (Potency) terapeutica già presente nel paziente (Think Osteopathy).

L'obiettivo è la leggerezza del tocco (Un uccellino sul ramo - Sutherland DO), un tocco che diventa arte (La palpazione è un'arte che si insegna a se stessi - Becker DO), un tocco che non invade, ma accoglie.

Questa è la mia Osteopatia, la mia visione dell'Osteopatia.

In questi giorni ho letto di tutto e di più sull'Osteopatia in diversi canali social; i fan dell'EBM vorrebbero, in una sorta di delirio mistico-scientifico (bel paradosso), dimostrazioni dettagliate di ogni cosa, liquidando tutto come placebo e additando gli osteopati di "ciarlatanesimo", mentre questi abbozzano pseudo spiegazioni anatomiche, corrette assolutamente, ma buone per le lezioni del primo anno e poco più. 

Uno scontro che non può avere vincitori, mantenendo ogni interlocutore sempre più convinto del proprio pensare.

La colpa di tutta questa incomprensione è, ahimè, la disperata ricerca di accettazione sanitaria da parte del mondo osteopatico (che peraltro sembra possa avverarsi). La comprendo, pur non condividendola, capisco come sia difficile far accettare concetti come quelli esposti prima, il rischio di sfociare in una sorta di esoterismo sciamanico è reale e, benché affascinante, potrebbe svilire la professione che, ricordo, pur basandosi su importanti basi scientifiche, le stesse di tutte le terapie "mediche", di cura, l'anatomia, la fisiologia, l'embriologia … , lascia però ampio spazio al vissuto, al sentire, alla presenza, all'intuito e all'intenzione dell'Osteopata.

Credo che esprimersi con sincerità sia la chiave per essere accettati per ciò che siamo e questo dovrebbe essere lo scopo, mantenendo ben salde le nostre origini (Keep It pure!), ma senza rinunciare a cercare (Dig On).

"Tutto quello che ho fatto è aprire una tenda e vedere oltre - W.G. Sutherland DO).

L'Osteopatia non è, quindi, una "pseudoscienza" come viene spesso definita da detrattori vari, bensì è più che una scienza, è filosofia, filosofia di cura.

Avvicinarsi a questo mondo significa veramente abbandonare preconcetti e avere una visione laterale; è un po' come meditare, si apre una porta e si osserva, si raggiunge una fonte e si beve.

Consigli di lettura (per aprire la mente, per soddisfare curiosità o per intraprendere un nuovo viaggio):

_ La vita in movimento - Rollin Becker

_ Interfaccia, i meccanismi dello Spirito in Osteopatia - Paul Lee

_ Un'odissea osteopatica - James Jealous

_ Tecniche osteopatiche di equilibrio e scambi reciproci - Jacques Andreva Duval

_ Filosofia dell'Osteopatia - A.T. Still

_ La sfera craniale - W.G.Sutherland 

_ Il non fare - Itsuo Tsuda

_ Zen e multiversi - Anthony Aguirre

_ La pienezza del vuoto - Trin Xuan Thuan

_ Biologia delle credenze - Bruce Lipton

_ Lo Zen e il tiro con l'arco - E. Herringel

_ Le basi ontogenetiche dell'anatomia umana - E. Blechschmidt

_La PNEI e il sistema miofasciale, la struttura che connette - Chiera, Barsotti, Lanaro, Bottaccioli

_ Terapia Cranio-Sacrale oltre la dura madre - J. Upledger

_ La ronda delle emozioni e l'osteopatia - Jean Dominique Moll

Un abbraccio.

Federico Saccani Osteopata DO - Osteopatia Biodinamica

PS: potreste trarne beneficio voi, i vostri bambini (da neonati fino ad adolescenti) e anche il vostro cane 😏 Lei è Crusca, uno degli animali più selvaggi che io abbia mai visto 😍

Le immagini sono tratte da:

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L'ultima immagine mi ritrare durante un trattamento a Crusca-Cane Selvaggio e mi appartiene



sabato 7 novembre 2020

CIÒ DA CUI SI PARTE È CIÒ A CUI SI ARRIVA

>CIÒ DA CUI SI PARTE È CIÒ A CUI SI ARRIVA<

Tra la prima e la seconda foto sono trascorsi circa quarant’anni. Una vita.

Questo è un racconto che riguarda il Karate, un tributo al Karate, a modo mio però, con iperboli spazio-temporali e divagazioni varie ed eventuali.  Domani è il mio compleanno, quindi so che mi perdonerete.

Buona lettura.

Partiamo dall’inizio.

Osteopatia, Osteopath, osteo – path, sentiero dell’osso.

Sentiero, Via.

Un ricordo solletica, più dei molti altri, la mia mente se ripenso agli anni di studio osteopatico: la lezione si trascina stancamente all’epilogo del weekend, lo zaino e il trolley sono quasi pronti, sotto il lettino, per la “fuga” della domenica sera e per l’agognato ritorno a casa, dopo, ovviamente, l’interminabile flipper targato Trenitalia.

Il prof, consapevole del disagio psicofisico (probabilmente vissuto anche da lui) della domenica pomeriggio inoltrata, soleva concludere con lo studio, sia teorico che pratico,dell’osteopatia craniale, un metodo molto rilassante, quasi “parasimpaticotonico”, in modo da lasciare una piacevole sensazione finale.

Ho sempre apprezzato molto.

“L’approccio al cranio è un po’ quello da cui si parte ad inizio seduta e quello a cui si arriva per concludere il trattamento”, il flash delle parole di Salvo, eccezionale docente, mi sorprendono e, come marchiate a fuoco, si imprimono nei miei pensieri, creano collegamenti, abbattono cancelli mnemonici, si insinuano nei labirintici anfratti del subconscio come mesmeriche pratiche di consapevolezza fino ad, inevitabilmente, condizionare il mio percorso e, ancora oggi,“parafrasate”, giungono  al titolo del racconto.

Come ogni disciplina di ricerca consapevole del sé, l’osteopatia è un percorso ciclico, si parte da poco o nulla, solo le proprie mani e il proprio sentire, si arricchisce il tutto pian piano, si aggiungono nozioni, informazioni, pagine e parole, ma si torna sempre lì, alle proprie mani, al proprio sentire; un percorso molto simile a quello da me vissuto con le Arti Marziali, intese come stile di vita al servizio del miglioramento personale, “Budo”: si inizia dal movimento elementare e istintivo, si sommano strutturazioni, anche complesse, architetture e geometrie motorie sempre più arzigogolate per poi poter arrivare proprio lì, al movimento elementare, istintivo e, a quel punto, scoprire o riscoprire se stessi. Arti Marziali come strumento di rivelazione.

“Prima che studiassi le Arti Marziali consideravo un pugno solo un pugno e un calcio solo un calcio.

Quando  cominciai a studiare le Arti Marziali un pugno non era più un pugno e un calcio non era più un calcio.

Dopo aver compreso le Arti Marziali mi accorsi che un pugno è solo un pugno e un calcio è solo un calcio” Lee Jun-Fan (Lì Xiaolong).

La vita è, altresì, un percorso ciclico. Una ricerca continua per arrivare all’essenza.

Immagino come non avrebbe potuto avere senso e completezza una vita senza Marina e, quindi, senza Paride, entrambi protagonisti di questa ricerca, anzi, probabilmente loro ne sono il vero risultato, la vera essenza.

“Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza e lo conosceremo per la prima volta” T.S. Eliot

Mi piace pensare che le Arti Marziali, l’Osteopatia e la mia Vita siano tutte lo stesso immenso, infinito cerchio. Il mio Sentiero, la mia Via.

Tra la prima e la seconda foto sono trascorsi circa quarant’anni. Una vita, dicevamo.

Avevo sei anni quando mi avvicinai al mondo del Karate Do, un minuscolo cumulo di capelli ricci e biondi che scelse, come prima attività fisica delle propria esistenza, una disciplina marziale ai tempi poco conosciuta se non per qualche film, ma che mi accompagnò, continuativamente, fino ad adolescenza inoltrata.

È stato amore, ma anche odio, felicità, ma anche tristezza, desiderio e avversione, in un complesso quanto perfetto gioco di complementarietà, Yang e Yin, il mio percorso giovanile ha fatto sì che a molti anni di pratica di Karate contrapponessi altre discipline “di contatto”, senz’altro meno Arti, ma forse più Marziali, nel senso vero e proprio del combattimento. Nella mente confusa da post-adolescenza crea più appeal un allenamento in pantaloncini e canotta che uno in keikogi, o almeno su di me ha funzionato così.

“L’Artista Marziale che ha praticato una sola Arte Marziale è un Artista Marziale cieco” (Combat ’06). E via giustificazioni sui generis e altrettanti tira e molla negli anni a seguire.

Inevitabilmente, però, se qualcosa deve compiersi, troverà il modo per farlo. Mi trovo sempre a ripetere che l’Universo opera per strade misteriose, ma sempre con un fine preciso e, questa volta, ha utilizzato l’osteopatia come trigger per riaccendere una fiamma probabilmente mai sopita del tutto. Mi serviva qualcosa che completasse il sentire osteopatico e, soprattutto, rendesse il mio corpo (leggasi corpo/mente) in grado di incanalare queste percezioni; meditazione, training autogeno, corsa prolungata, le ho provate tutte, ma: “torneremo al punto di partenza e lo conosceremo per la prima volta”, era già scritto dentro di me, era lì da una vita pronto a riesplodere con una bagliore accecante e a ricordarmi come non possa farne senza.

Ed è proprio così, la mia Vita, impegnativa, difficile e, allo stesso tempo, ricca di gioia, è scandita dai ritmi del Karate, lo è sempre stata, solo che adesso ne ho consapevolezza, mi accorgo di come ho disegnato “l’embusen del mio Kata” se penso per esempio al mio percorso professionale e sento come rilassatezza e Kime riempiano le giornate, da quelle più piacevoli a quelle più tristi.

Il Karate Do, la Via del Karate, mi insegna ad essere un osteopata migliore, mi rende più completo nel mio lavoro come scienziato motorio, condiziona in positivo e scandisce il ritmo del mio incedere quotidiano, è il “kihon”, le fondamenta, del mio rapporto con gli altri e mi permette di apprezzare nel profondo tutte quelle piccole/grandi cose che mi circondano.  Sono assolutamente sicuro che mi renda una persona migliore.

Il Dojo è una seconda casa, il Maestro una vera guida, tutti dovrebbero avere il privilegio di avere un Maestro come il mio, gli altri praticanti dei veri e propri compagni di avventura dai quali imparare sempre qualcosa, l’esercitarsi un irrinunciabile compito giornaliero; incredibile come abbia fatto ad astenermi da tale pienezza per tanti anni.

“Quando l’allievo è pronto il Maestro appare” (detto Zen).

Il Karate è dentro di me. c’è sempre stato, ora ne sono sicuro e, mai come in un periodo incerto e traballante come questo è un’ancora di salvezza, un punto fermo, un salvagente che mi tiene a galla.

Il punto di partenza e il punto di arrivo.

Fede

La foto mi ritrae e mi appartiene