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martedì 9 febbraio 2021

GRAZIE

 A volte un trattamento si trasforma. ti trasforma. E devi solo ringraziare.

>GRAZIE<

Tutto inizia come al solito.

Vado incontro sorridente (spero che la mascherina lasci intravedere almeno la mimica facciale) al mio ospite, “prego accomodati, come va?”.  Capisco sia una domanda retorica, se si presenta da me, probabilmente, c’è qualcosa che non funziona. L’intenzione è però un’altra, iniziare a scoprire le carte, valutare l’importanza che viene attribuita alla problematica in questione e scostare un poco il velo di riservatezza di chi vedo per la prima volta.

“Va tutto bene”.

La prima risposta è quella che conta, retaggio mnemonico della scuola elementare, ma anche, dal punto di vista della prossemica una prima indicazione importante.

“E poi questa schiena. Quando mi alzo sono – duro come un bacco – “. Altro pezzetto fondamentale. “E poi”, quindi vuol dire che prima viene altro, è qui per la schiena, ma in effetti c’è qualcosa d’altro più importante. Ora dipenderà da me scoprire cosa ed indirizzare il trattamento su quella via..

“Duro come un bacco” uso del dialetto, cerca una zona di confort e, con me, sfonda una porta aperta, il resto della seduta si trasferisce in gran parte sull’uso comunicativo di espressioni dialettali: mi accorgo di iniziare ad accompagnarlo verso la sua “direction of ease”, la direzione di facilità che, non è banalmente solo una “tecnica” osteopatica, è il vero trattamento.

Non posso dire di conoscerlo, l’avrò incontrato si e no un paio di volte, ma sono stato il maestro di educazione motoria della classe frequentata da sua figlia, dieci anni fa.

In parte questo mi aiuta ad entrare, è una persona molto riservata, di una genuinità così sincera ed onesta da leggergliela nello sguardo; uno sguardo che insegna, profondo, stanco, sofferente.

Ho ben chiaro il motivo delle sue afflizioni, sono assolutamente conscio di quanto “poi” venga la schiena, la disabilità grave della figlia, ormai vent’enne oltre ogni più rosea aspettativa, è un fardello e allo stesso tempo una spada di Damocle, una spinta vulcanica ad andare aventi e un plotone d’esecuzione psicologica.

Conosco la “primarietà” come piace dire agli osteopati bravi, ma se non apre lui quella porta, non mi serve a nulla.

Inizio a lavorare: cranio, fasce, schiena “dura come un bacco”.

Lo sento rigido, teso, esprime poco movimento e si lascia muovere poco. “Eh, mia moglie me lo dice sempre che sono troppo teso”.

Lavoro parecchio. “Come stai? Tutto a posto?” Glielo chiedo spesso, in selvatico idioma ligure, in modo da tenerlo ancorato al presente, a quella voglia di lasciarsi andare che percepisco di tanto in tanto nei tessuti, nella speranza che apra la porta e mi permetta di entrare.

Tutto sommato il trattamento trova anche una sua strada, i ritmi vitali iniziano a tamburellare un riff apprezzabile e, da un punto di vista squisitamente professionale, potrei anche ritenermi soddisfatto.

Termino con i consigli di rito e …

La porta si apre, si scardina, un fiume in piena mi travolge. Lo vedo scaricare pesi enormi, avverto il corpo distendersi e lo spirito aprirsi, finalmente. Sono parole che arrivano direttamente dal cuore e puntano direttamente al cuore, al mio. Abbasso il capo per non mostrare le lacrime, ma non serve, lui ha gli occhi chiusi e perso nel suo mondo di enorme coraggio e terrorizzante paura, di folle speranza e cupa rassegnazione, si mostra nudo, vero, umano in una semplicità imbarazzante dedicandomi cinque minuti di Vita che sono una lezione da imprimere nella memoria.

Percepisco un grande vuoto, freddo, tagliente come una lama affilata e allo stesso tempo la capacità di poterlo riempire con un amore enorme, devastante; non c’è rabbia o frustrazione o una comprensibile voglia di rivalsa contro il destino, no, ci sono solo parole colme d’amore, anche nella disperazione di un futuro ignoto, c’è sempre luce in ciò che sento.

Un respiro profondo. Il primo di tutta la seduta..

Scende dal lettino “a staggu za ciù ben – sto già meglio”, sorrido e anche i suoi occhi lo fanno, “mi sento più leggero” mi dice salutandomi.

Marina è nell’altro studio. Apro la porta e piango; le sa e mi lascia fare.

Questo è ciò per cui amo follemente questa disciplina, ma questo forse è anche il motivo per il quale mi spaventa.

- Non è mai la terapia; è sempre il paziente - (FS)

- La vita è un male degno di essere vissuto - (Fernando Pessoa)

L'immagine è tratta da:

https://culturaemotiva.it/

sabato 6 febbraio 2021

(IM)POSTURA

 >(IM)POSTURA< 

Esiste, nell’universo spesso fantasioso ginnico/motorio/rieducativo/terapeutico, un termine che mette d’accordo tutti; è sufficiente ripeterlo come un mantra ogni qualvolta si mostra un esercizio, sospirarlo, con fare bonario, mentre si spiega l’origine di una problematica fisica o esibirlo, come attestato di cultura riabilitativa, durante un qualsivoglia discorso che verta sull’organismo umano, per fare un’ottima figura.

- Caspita, hai sentito, questo è uno che “ce la sa” -  e via sguardi ammirati e autocompiacimento.

Le proprietà taumaturgiche di questa parola riescono addirittura, in una sorta di “convergenza parallela”, a coinvolgere sia addetti ai lavori, sia i sempre più apprezzati “tuttologi del webbe”, in un quanto mai singolare accanimento salmodiante: “non avrai altra causa ai tuoi problemi all’infuori di lei”.

Avete capito, vero? La parola magica in questione è, rullo di tamburi: POSTURA.

Una volta imparato questo lemma tutto diventa più semplice, le nebbie sulla motricità umana si diradano di colpo e, altrettanto velocemente l’idealizzazione di un concetto spesso sconosciuto o, ancor più spesso frainteso, diventa capro espiatorio di qualsivoglia ostacolo al raggiungimento dell’agognato benessere.

“Eh, è un problema di postura”. Qualunque cosa significhi, questa frase scardina le difese più arcigne di ogni persona, permettendo così la nascita di fantasie autodeformanti e innescando una sorta di sentimento di predestinazione alla disgrazia, di rassegnazione al destino avverso desideroso di vederci come novelli Igor (Aigor) di Frankesteiniana memoria.

Ma sarà proprio così?

Per i lettori più pigri risolvo già l’arcano; no, non è proprio così e, come dice il titolo di questo post, spesso parlare di POSTURA è un’IMPOSTURA.

Andiamo con ordine.

Come ho evidenziato finora, nell’immaginario collettivo, il termine POSTURA viene associato generalmente a posizioni particolari assunte dal corpo o, semplicisticamente, al “mal di schiena”. Un po’ tutto, quindi, diventa postura e questo affascinante concetto prende le strade più disparate:

> idealizzazione di una particolare posizione del corpo definita come “corretta o adeguata” e, di conseguenza, la correzione dei difetti posizionali di cui sopra – cattiva postura – attribuendo, quindi, anche una sorta di antropomorfismo al termine, animandolo di capacità di benevolenza o malevolenza nei nostri confronti. La postura prende vita propria.

> modificare, tramite particolare posizionamenti del corpo od addirittura ortesi, una “postura sbagliata”, arrogando potere divino nel discernere ciò che è giusto od errato. “Giusto o sbagliato sono solo pastoie per asini” Detto Zen.

> Per estensione qualsiasi posizione del corpo ritenuta corretta (?) “Stai in postura” presa ad esempio di perfezione da raggiungere, spesso mortificando settori muscolari con allenamenti fuori da ogni contesto salutare.

Risulta evidente come queste forzature lessicali vadano ad alterare la rappresentazione mentale del significato di postura, uscendo, a mio avviso, da ciò che deve animare la nostra passione come studiosi del movimento, cioè la comprensione o, meglio, il tentativo di comprendere l’unicità umana, l’individualità (intesa come indivisibilità) di ogni persona con la quale ci confrontiamo.

Con queste premesse, proviamo ora a costruire il concetto di postura.

Etimologicamente la parola postura deriva dal latino “positura” che significa posizione:

“Nerone ... pensò ... bruciar tutta Roma, per poscia rifabbricarla con più ordinata simmetria e postura di case e di vie” (Cesari). Nel tempo è diventato facile trasferire questo senso anche al corpo umano, definendo la postura come il posizionamento che il corpo assume nello spazio.

Qualcuno ha provato ad andare anche un pochino oltre.

> Posizione ed espressione che il corpo assume nello spazio, secondo uno schema individuale, grazie all’attività della muscolatura tonica con funzione gravita ria e con forte significato biomeccanico/anatomico, psicologico, sociale, emozionale e simbolico (Buzzi/Fabbri)

>  Modo in cui l’individuo manifesta la propria presenza al mondo (in funzione della propria auto considerazione ed in relazione al rapporto con gli altri), organizzando nelle varie situazioni statiche e dinamiche il proprio equilibrio segmentario, contrastando la forza di gravità e predisponendosi nel modo migliore all’azione, manifestando costantemente, infine, la propria sensibilità e gli elementi volitivi ed emozionali del proprio essere (Cabella/Canepa/Molfetta).

Da queste interessanti definizioni si inizia ad intravedere uno spiraglio, uscendo da una semplicistica relazione anatomica/posizionale e ponendo le basi per un nuovo paradigma: postura intesa come un fenomeno sociale, come una manifestazione del bisogno di esprimersi e comunicare.

Si esce dallo schema della posizione ottima del corpo nello spazio e dal sempre affascinante “tieni la schiena dritta”, per iniziare finalmente ad indagare sulla globalità dell’uomo come persona.

_ La Postura non va corretta … va interpretata_

Questa frase, di un osteopata che, pur non conoscendo di persona, ma solo via internet, considero un Maestro e un esempio, Massimo Tonietto, la reputo punto di svolta nell’avvicinarsi al concetto di postura non già come un qualcosa da giudicare dall’esterno, bensì come mezzo di cognizione e questo, mirabilmente, ci aiuta ad introdurre il concetto di energia.

Interpretare è farsi portavoce di idee e/o sentimenti di altri, espresse in questo caso da atteggiamenti corporei rappresentanti l’esternazione della nostra energia, delle nostre vibrazioni che entrano in sintonia o in divergenza con l’ambiente e con gli altri.

“La materia del mondo visibile è soltanto la miliardesima parte della realtà” (C.Rubbia).


Dobbiamo scendere dal piedistallo di osservatori esterni, ruolo che, per definizione, comporta in sé già una indeterminazione non eliminabile e, quindi, interferente, considerare che l’ambiente (non solo l’habitat esterno, ma tutto ciò che in esso succede) condiziona pesantemente e sempre in modo differente il nostro quotidiano e le nostre reazioni, per esempio manifestabili come posizioni del corpo, sono figlie di questi condizionamenti.

Risonanza: gli organismi viventi tendono ad entrare in risonanza tra loro e l’ambiente esterno (instaurano una relazione di fase, una relazione vibratoria) con cui scambiano energia continuamente per salvaguardare la propria omeostasi tramite la capacità di allostasi.

Lo stato di Salute è quindi rappresentato da una buona risonanza con i propri simili e con l’ambiente circostante; varia, si modifica e queste variazioni e modifiche ne sono parte integrante. Quindi si nasce tondi, si diventa quadri, triangoli, rombi, ancora tondi, in una danza geometrica continua che rappresenta la Salute, in barba a tutti i proverbi. 

Ecco che il nostro “interpretare la postura” entra a far parte di un meccanismo molto più grande del “rafforzo un muscolo per raddrizzare la schiena”, ma riesce a coinvolgere lo stato di Salute generale dell’individuo attraverso il rapporto umano con esso.

Possiamo, a questo punto, azzardare una nostra definizione di POSTURA, considerandola quindi una espressione, in statica e dinamica, della qualità dell’energia scambiata, in ogni momento, da qualsiasi individuo con l’ambiente esterno e con gli altri. (F.S.)

Faccio sempre questi banali esempi; immaginate che per qualche assurda anomalia spazio-temporale si crei una sorta di paradossale varco che permetta:

> Un trattamento osteopatico ad una persona che, per esempio, è stata dal commercialista e ha ricevuto notizia di un cospicuo debito verso l’erario e, nello stesso tempo, la stessa persona che ha ricevuto invece una somma consistente in eredità. I due trattamenti (contemporanei sulla stessa persona, ma con due forme energetiche diverse) saranno ben diversi nonostante l’identico problema sull’identica struttura corporea (esempio male alla zona cervicale). L’energia (o postura che dir si voglia) che sarà scambiata con me, con il mio studio, con gli oggetti in esso collocati sarà assolutamente diversa nei due casi.

> Stessa tipologia di esempio considerando un ragazzino con necessità di ginnastica “per la schiena”; avrà un’energia (una postura) diversa se ha ricevuto in dono lo scooter nuovo o se ha preso l’ennesimo due di picche dalla ragazzina carina della sua classe. Pur con la medesima “problematica” la lezione sarà diversa. Diversa anche utilizzando gli stessi esercizi.

Le persone considerate pur essendo le stesse e nello stesso istante, sarebbero diverse, idem la loro “postura”, non qualcosa di definito, ma qualcosa in mutamento, in evoluzione, in relazione con l’esterno oltre che con l’interno del corpo..

Non possiamo, dunque, provare a correggere qualcosa che a noi sembra non vada, bensì dobbiamo provare ad interpretarlo e, soprattutto, cercare di migliorare la trasmissione energetica che lo veicola.

Come? Con il movimento, ovviamente.

Nel mio caso professionale con il micromovimento, ma molto profondo del trattamento osteopatico o con il macromovimento, forse un po’ meno profondo, ma ugualmente fondamentale, dell’approccio motorio.

La strada per la comprensione dell’uomo passa inevitabilmente dall’interpretazione dei segnali che esso condivide e l’unico mezzo che io conosco per poterli leggere è il movimento.

“Il movimento è ciò che siamo, non qualcosa che facciamo” (E.Conrad).

Per sfruttare appieno un’opportunità così grande e, perché no, una responsabilità così grande è necessaria indubbiamente una importante apertura mentale, una gran voglia di mettersi in gioco, ma soprattutto apertura di cuore, quel concetto riassunto nel termine giapponese “Magokoro” – Cuore Sincero.

Il nostro viaggio “posturale” finisce forse con più dubbi di quando è iniziato, ed è cosa buona e giusta; la ricerca di confronto con l’altro intesa al miglioramento di entrambi e del mondo che ci ospita non può esulare dal porsi domande e, nella mia professione questo diventa determinante. Quando il desiderio di comprensione finisce, significa che non abbiamo più nulla da offrire alla strada che ci stava ospitando ed è meglio abbandonarla.

Rendere a parole il groviglio onirico/intellettivo/mentale che alberga in me sta diventando sempre più complesso, le vibrazioni oscure di questo strano periodo provano con sempre più tenacia ad insinuarsi tra i miei schermi meditatori e ad attaccare le mie corazze combattive e fatico a tenerle a bada e, probabilmente, si nota dagli scritti confusionari.

Potete però venire a provare, in pratica, cosa intendo per “postura come qualità di energia” e il seguente tentativo di interpretazione:

_ con l’osteopatia,verificando come il tocco gentile o, a volte anche più severo, possa andare in profondità e interagire a livello energetico e, interpretativo, appunto;

_ e, un domani, se sarà ancora una strada per me percorribile, l’attività motoria, dove il movimento diventa traduttore di parole non dette.

Un abbraccio.

Fede

“Ogni atomo del tuo corpo viene da una stella che è esplosa. E gli atomi della tua mano sinistra vengono probabilmente da una stella differente da quella corrispondente alla tua mano destra. È la cosa più poetica che conosco della fisica: tu sei polvere di stelle”. (Lawrence Maxwell Krauss).

 

Le immagini sono prese dalla rete o dalle dispense del corso di Osteopatia Biodinamica. Se qualcuno ne rivendicasse la paternità ha la possibilità di chiedere di rimuoverle contattandomi con un commento al post.

 

sabato 30 gennaio 2021

DALLE PORTE SOCCHIUSE ENTRANO GLI SPIFFERI

 >DALLE PORTE SOCCHIUSE ENTRANO GLI SPIFFERI<


Le palestre, allo stato attuale delle cose, DEVONO RIMANERE CHIUSE.

Dichiarazione impopolare? Forse, ma sono uno dei "pochi" in grado di poterla sostenere senza alcun timore di smentita.

Pensi di avere sufficiente elasticità cerebrale e rapidità cognitiva per provare a comprendere? Oppure preferisci rimanere in un limbo fatto di slogan, hashtag, bandierine e polemiche sterili?

La scelta discrimina il prosieguo della lettura 😉.

Osservo da tempo (troppo tempo, sigh) con curiosità, anche perché parte in causa, gli umori dell'opinione pubblica riguardo alla chiusura forzata delle palestre avvenuta, per la seconda volta dopo il blocco generalizzato marzo-maggio (compresi), il 24 ottobre 2020 e, ad oggi, obbligata fino al 5 marzo 2021.

Credo di non scandalizzare nessuno affermando che, per una buona fetta della popolazione, la questione non sia nemmeno interessante. Parliamoci chiaro, a parte noi "vittime" perché imprenditori o lavoratori del settore, qualche esponente illuminato del mondo sanitario e buona parte (che non vuol dire tutti) tra gli usufruttuari dei nostri servizi, la chiusura reiterata, continua e colpevolizzante delle palestre non tocca alcuna corda emotiva popolare.

Probabilmente è anche giusto così, la difficoltà comunicativa riguardo il "benessere in movimento" da parte nostra è lampante e, oggi più che mai, se ne paga lo scotto. Chiusa parentesi.

Nell'ultimo periodo, forse anche a causa della "crisi di governo" (come se da un anno a questa parte il governo non vivesse in un annaspante delirio lisergico, popolato da obbligo di guanti in lattice, disinfezione stradale, automobilisti in solitaria con mascherina, orari confusionari di apertura e chiusura locali, barriere in plexiglass, bodenza di fuogo, dpcm incomprensibili canticchiati tipo Village People …), assistiamo però ad una inversione (strana) di tendenza, una vera rivolta fitness: dagli Appennini alle Ande un solo grido si spande "riapriamo le palestre" (slogan, hashtag, bandierine e polemiche sterili) 😁🤓.

L'ondata di patriottico buonismo investe così, a mo' di domino, tutti i profili social che, tra un - aprite i ristoranti -  un - rivogliamo i bar - e un - negozi aperti! - trova spazio anche per le imprese del movimento e, tra una zoom class di "functional training" e uno Yogilates su Instagram, il poderoso "aprire le palestre" scuote i sonni lorazepamici del prode Spadafora.

È tutto bellissimo (😑😁), finalmente il riconoscimento dell'importanza di un corretto stile di vita che comprenda anche l'attività motoria, le palestre come luoghi educativi indispensabili, la Laurea in Scienze Motorie assurge alla gloria che merita (qui mi sono lasciato un po' andare 😅).

Ma…

Purtroppo per mandare avanti un'attività come un centro fitness e non parlo di megacentri simili a piccoli paesi, ma realtà a conduzione familiare come la mia, servono, tralasciando l'ovvia competenza, passione viscerale e una stilla di sano masochismo, due condizioni imprescindibili:

  1. Denaro: per l'affitto della struttura, per coprire i finanziamenti fatti all'acquisto delle attrezzature, per i corsi di aggiornamento, per le spese vive che comporta un'impresa aperta 70 ore la settimana (luce, acqua, riscaldamento, tasse e balzelli vari …); 

  2. Numeri: iscritti che "soddisfino le condizioni", cioè paganti per gran parte del periodo di apertura (per noi … 12 mesi circa 😐), con abbonamenti mensili, plurimensili, personal training … in modo da porre le basi per coprire quanto al punto 1.

Non è un lavoro dove ci si "arricchisce" e tutto sommato "chissenefrega", però come tutte le imprese commerciali (e sulle asd, ssd, palestre/associazioni che imprese commerciali non sono, non mi esprimo perché esulano da tutto il discorso e dalle mie competenze) si deve tirare fuori il profitto per poter vivere in rapporto alle energie spese.

<E certe porte andrebbero chiuse definitivamente. Perché è dalle porte socchiuse che poi entrano gli spifferi> (G.F.)

Ecco svelato l'arcano, oggi le palestre DEVONO RIMANERE CHIUSE fino a che lo stato non ci risarcisce economicamente (vile denaro) di tutto ciò che abbiamo perso in questi mesi (punto 1) continuando a pagare o contraendo ulteriori debiti.

Eh, troppo facile adesso, nelle condizioni in cui versiamo, "aprire le palestre"; intanto ci sono numerosi clienti che hanno parecchi mesi già pagati e ovviamente non goduti, da sfruttare, qualcuno ha ancora abbonamenti in piedi di un anno fa. Non si parlerebbe di guadagno (e intendo guadagno che soddisfi le condizioni del punto 1) per almeno ancora 6 mesi.

Le palestre restano chiuse e lo stato paga ciò che deve: per l'incompetenza dimostrata, per l'incomprensibile decisione rispetto alla chiusura di luoghi salutogenici e abbondantemente rispettosi di qualsivoglia norma, per non essere in grado di scoprire il sottile, ma dirompente legame tra Salute e Movimento e sfruttarlo, per averci fatto perdere indirettamente clienti  - ricordo benissimo i manifesti a cura "ministero della salute" dove veniva esaltato il ruolo del movimento "fatto a casa", (possiamo scientificamente definirlo "a cazzo") come arma immunitaria di massa (😅😅😅) - impigrendo così ulteriormente un popolo già particolarmente abulico; clienti o possibili tali che non metteranno più piede nelle nostre strutture perché magari già appartenenti alla "categoria degli indecisi" ora hanno scoperto la comodità di avere tutto a casa: mesmerizzati dalle luci blu di uno schermo, adulati da voci e corpo suadenti, rifuggono la luce del sole tanto quanto la compagnia "dell'altro", impauriti da qualsivoglia contagio e contatto (umano 😞) idealmente rinforzati dalla scellerata campagna terroristica verso la nostra professione.

Pagate caro, pagate tutto.

E poi forse, chi avrà ancora la possibilità e non sarà spezzato nello spirito, aprirà la propria palestra e, con immensi sacrifici (come sempre), proverà a risalire la china, contro tutto, contro tutti.

Ringrazio per l'appoggio coloro che, con sincerità, anelano alla riapertura, speriamo tutti, speriamo presto, ma non prima di ricevere ciò che è stato tolto.

<Una cosa m’inquieta: se il Paradiso ha una porta, significa che ci sono dei muri…>. (Grégoire Lacroix)

A presto. Forse.

Fede 


Immagine tratta da:

http://narrabilando.blogspot.com 

martedì 19 gennaio 2021

UNDER PRESSURE

 >UNDER PRESSURE<

Oggi voglio raccontare una storia.

Siccome si tratta di un avvenimento reale, ha bisogno di una piccola introduzione “scientifica” che ci permetterà di inquadrare la situazione in modo imparziale, coscienzioso, senza banalizzazioni; parleremo di un problema di salute piuttosto comune e, come tale, spesso sottovalutato. Cercherò di essere essenziale, ma rigoroso proprio per non cadere in troppe semplificazioni.

_ Antonino c’ha “la pressione” _

Argomento spinoso, la pressione arteriosa e il tentativo di regolarla attraverso l’attività motoria.

Ne sentiamo parlare spesso, “la pressione”, ma come viene definita la pressione arteriosa? Dal punto di vista fisico altro non è che la forza esercitata dal sangue pompato dal cuore sulle pareti delle arterie.

La pressione arteriosa, però, è un valore determinato in modo dinamico dall’interazione di più fattori come, per citarne solo alcuni, la volemia (volume totale del sangue di un organismo), il grado di costrizione delle arteriole, la forza di contrazione cardiaca e la distensibilità delle grosse vene. In condizioni fisiologiche, patologiche o anche di intervento terapeutico, la regolazione della pressione arteriosa non è tanto da intendersi come regolazione della pressione in sé, ma come effetto altamente integrato di una molteplicità di meccanismi di controllo, agenti sui singoli fattori che la determinano.

Accedere alla misura di tali singoli fattori può tuttavia essere tecnicamente difficile, mentre accedere con uno strumento semplice come lo sfigmomanometro al risultato finale dell’interazione tra essi, ossia la pressione arteriosa, è facile e poco costoso.

La semplicità e immediatezza della tecnica di misura può, quindi, far dimenticare la complessità dei fenomeni sottostanti.

Riassumendo velocemente, possiamo dunque dire che la pressione arteriosa è il risultato dell’equilibrio di molti fattori. A breve termine dipende dal bilancio tra l’afflusso di sangue dal ventricolo sinistro al sistema delle arterie elastiche e il deflusso di sangue dal sistema delle arterie elastiche verso i capillari, attraverso le arteriole. A lungo termine dipende dal bilancio tra i fattori che tendono a far aumentare la volemia e quelli che tendono a farla diminuire.

La regolazione a breve termine della pressione arteriosa è mediata dal riflesso nervoso barocettivo, a partenza da recettori di pressione che attivano risposte simpatiche e parasimpatiche modulanti sia le resistenze periferiche (regolando il deflusso), sia l’attività cardiaca (regolando l’afflusso). È una regolazione contemporaneamente di tipo omeostatico, in quanto il riflesso barocettivo tende a mantenere costante un certo valore della pressione arteriosa e di tipo comportamentale, in quanto centri nervosi più elevati modulano i centri di integrazione del riflesso barocettivo, definendo quale debba essere il valore di pressione arteriosa da mantenere costante in funzione alle esigenze comportamentali del momento.

In alcune circostanze, riflessi nervosi originati dai chemiocettori dei glomi carotidei e aortici e dai chemiocettori centrali contribuiscono alla regolazione della pressione arteriosa.

La regolazione a lungo termine può essere riassunta nel concetto di diuresi da pressione, corrispondente al risultato finale dell’insieme delle funzioni che determinano il bilancio tra pressione, volemia e diuresi. Le più importanti di queste funzioni sono quelle del sistema renina-angiotensina-aldosterone, dell’ormone antidiuretico e del peptide natriuretico atriale.

Se diamo per compreso il fatto che la pressione arteriosa (i due numerini che ci dice il dottore o il farmacista dopo la misurazione) è quella forza con cui il sangue viene spinto attraversando le resistenze che incontra nei vasi, ci accorgiamo come questa dipenda, oltre che dall’efficienza della pompa cardiaca e dall’elasticità delle pareti delle arterie e dalla resistenza dei tessuti periferici, anche da molti altri fattori, di natura nervosa, chimica, comportamentale …

Abbiamo accennato ai due numeri che rappresentano, a tutti gli effetti, il risultato finale di tutta questa intrigante relazione dai molti protagonisti.

Dall’aorta, fino alle grosse vene cave che portano il sangue all’atrio destro, la pressione subisce continue variazioni.

La pressione sale durante la sistole (contrazione cardiaca) fino ad un valore massimo, pressione sistolica o massima, di circa 120 mmHg e poi scende in maniera monoesponenziale. Il valore minimo, pressione diastolica o minima, di circa 80 mmHg, si determina un attimo prima dell’inizio della nuova sistole, alla fine della fase di riempimento (diastolica).

In generale, quindi, una pressione arteriosa “ottimale”, presenta alla misurazione dei valori di pressione massima di circa 120 mmHg e di pressione minima di circa 80 mmHg, generalmente scritta come: 120/80.

L'ipertensione arteriosa è una condizione caratterizzata dall'elevata pressione del sangue nelle arterie. Questi valori di pressione sopra la norma, compresa tra 140 e 85 mmHg, devono essere costanti e non sporadici. Interessa circa il 30% della popolazione adulta di entrambi i sessi e, nelle donne, è più frequente dopo la menopausa.

L'ipertensione arteriosa, quindi, non è tout court una malattia, ma un fattore di rischio, ovvero una condizione che aumenta la probabilità che si verifichino malattie cardiovascolari (infarto miocardico, ictus cerebrale …).

L'ipertensione arteriosa può essere classificata come primaria e secondaria.

Nell'ipertensione arteriosa primaria (o essenziale), che rappresenta circa il 95% dei casi di ipertensione, non esiste una causa precisa e identificabile.

Nel restante 5% dei casi, invece, l'ipertensione è la conseguenza di malattie, congenite o acquisite, che interessano i reni, i surreni, i vasi, il cuore, e per questo viene definita ipertensione secondaria.

L'ipertensione è una condizione subdola, in quanto - a dispetto delle gravi complicanze a cui può dare origine - è quasi sempre asintomatica. Non è quindi un caso che questa condizione venga spesso descritta con l'appellativo di “killer silenzioso”; l'organismo si abitua progressivamente ai valori sempre un po' più alti, e non manda segnali chiari e inequivocabili al paziente. Per questo, molte delle persone affette da ipertensione non lamentano sintomi, anche in presenza di valori pressori molto elevati.

In ogni caso, i sintomi legati all'ipertensione arteriosa non sono specifici, e per questo sono spesso sottovalutati o imputati a condizioni diverse. Tra i sintomi più comuni rientrano:

Mal di testa, specie al mattino

Stordimento e vertigini

Ronzii nelle orecchie (acufeni, tinniti)

Alterazioni della vista (visione nera, o presenza di puntini luminosi davanti agli occhi)

Perdite di sangue dal naso (epistassi)

Nei casi di ipertensione secondaria, ai sintomi aspecifici possono associarsene altri, più specifici, dovuti alla malattia di base.

La scarsità dei sintomi e la loro aspecificità sono il motivo principale per cui spesso il paziente non si accorge di avere la pressione alta. Per questo è fondamentale controllarla periodicamente: fare diagnosi precoce di ipertensione arteriosa significa prevenire i danni ad essa legata e, quindi, malattie cardiovascolari anche invalidanti.

Quali fattori predispongono le persone a questa condizione?

Familiarità: la presenza, in famiglia, di soggetti ipertesi aumenta la probabilità che un paziente sviluppi ipertensione arteriosa.

Età: la pressione arteriosa aumenta con l'avanzare dell'età, per effetto dei cambiamenti che si verificano a carico dei vasi arteriosi (che, invecchiando, diventano più rigidi).

Sovrappeso: sovrappeso e obesità, attraverso meccanismi diversi e complessi, si associano ad un incremento dei valori pressori.

Diabete

Fumo: il fumo di sigaretta altera acutamente i valori di pressione arteriosa (dopo aver fumato, la pressione resta più alta per circa mezz'ora); a questo, si associano i danni cronici che il fumo induce sui vasi arteriosi (perdita di elasticità, danno alle pareti vascolari, predisposizione alla formazione di placche aterosclerotiche).

Disequilibrio di sodio e potassio: mangiare cibi troppo salati ed, in generale, una dieta troppo ricca di sodio o troppo povera di potassio, possono contribuire a determinare l'ipertensione arteriosa.

Alcool: un consumo eccessivo di alcoolici (più di un bicchiere al giorno per le donne, due per gli uomini) può contribuire all'innalzamento dei valori pressori, oltre che danneggiare il cuore (che, per effetto del troppo alcool, tende a dilatarsi e a perdere la sua funzione di pompa, con gravi conseguenze su tutto l'organismo).

Stress: lo stress (fisico ed emotivo) contribuisce al mantenimento di valori di pressione più alti.

Sedentarietà.

A guardare bene, molti dei fattori predisponenti l’ipertensione sono facilmente controllabili da uno stile di vita sano. Uno stile di vita che preveda attività motoria e alimentazione consapevole. La storia di Antonino è paradigmatica in questo caso.

Antonino inizia la sua diatriba con “la pressione” nel 2013.

Periodicamente, vista la “delicatezza” del suo lavoro, viene controllato dal punto di vista medico e, ovviamente, tra gli altri il parametro “pressione arteriosa” deve essere nella norma.

Ha uno stile di vita attivo, un’alimentazione, in rapporto alla media nazionale, che definisce “sana”, non fuma e beve poco/nulla. Presenta familiarità a problematiche cardiovascolari e anche all’ipertensione.

Ricordo bene quella sera, lo vidi arrivare in palestra decisamente (e soprattutto stranamente) affranto, testa bassa, passo strascicato; mi racconta che durante la visita lavorativa gli hanno riscontrato valori anomali alla misurazione della pressione e, pur continuando a lavorare dovrà, dopo due mesi, ripresentarsi al controllo e nel caso il problema si ripresenti, affidarsi alla cura farmacologica e, quantomeno inizialmente, avere delle modifiche anche lavorative.

Un uomo distrutto, ha già parlato con il suo medico curante che non vede altra soluzione della terapia farmacologica ipertensiva.

“Anto, abbiamo due mesi, perché non proviamo ad analizzare con attenzione il tuo stile di vita, il tuo allenamento e vedere se riusciamo a metterci una pezza?”.

L’idea diventa la seguente:

>Monitorare quotidianamente il valore della pressione arteriosa

>Colloquio con la nutrizionista della palestra per valutazione parametri ematici, ottimizzazione della dieta ed eventualmente integrazione appropriata

>Controllo del programma di allenamento e valutazione di eventuali modifiche e/o integrazioni.

Non abbiamo moltissimo tempo, decidiamo di partire immediatamente.

L’allenamento di Antonino verteva particolarmente sul lavoro muscolare, con cicli alternati di forza e ipertrofia; decidiamo di resettare il tutto, spostando il tiro su un training di più ampio respiro che, pur mantenendo in parte l’utilizzo di sovraccarichi, ha il focus sull’implemento della funzione cardiorespiratoria.

Vengono proposte tecniche di controllo dello stress e di abbassamento del tono del SNA.

Anche a livello nutrizionale si attuano alcuni cambiamenti, probabilmente la sensazione di mangiare in maniera “sana”, non corrisponde precisamente alla realtà .

Antonino mette nel programma tutto se stesso; con maniacale devozione misura i parametri pressori quotidianamente e dedica almeno quattro sedute settimanali all’allenamento, non disdegnando anche qualche passeggiata nel fine settimana.

I risultati sono strabilianti e, al controllo dopo i due mesi, i valori sono perfetti, testimoniati anche dall’andamento delle misurazioni giornaliere.

Il medico del lavoro consiglia assolutamente di mantenere il percorso iniziato, mantenendo sporadici controlli della pressione.

La sinergia lavorativa tra diverse figure professionali, nella fattispecie il Laureato In Scienze Motorie (Chinesiologo) e il Biologo Nutrizionista, sommata all’abnegazione di Antonino e alla supervisione medica, ha creato un circolo virtuoso del benessere, evidenziando come l’approccio alla Salute multifattoriale e non solo squisitamente farmacologico, sia estremamente potente, versatile e generi una piacevole consapevolezza in chi lo “subisce”.

Ma …

Ieri la telefonata.

Dopo 7 anni abbondanti ho risentito Antonino demoralizzato. L’annuale visita lavorativa ha, per la prima volta dal 2013, riscontrato anomalie nei livelli della pressione. Il periodo è comunque stressante, le recenti abbuffate natalizie possono aver lasciato il segno, i 60 anni che si avvicinano dicono sicuramente la loro, ma … da 3 mesi la palestra è chiusa e, pur mantenendo qualche camminata e una vita attiva, Antonino non ha più potuto allenarsi con costanza.

Non posso dire se quella dell’allenamento possa essere, in questo caso particolare, la variabile decisiva; posso affermare con sicurezza , però, che ha un peso fondamentale, dal punto di vista organico, da quello comportamentale e, non in ultimo, da quello psicologico.

L’allenamento in palestra, in mano a veri professionisti, ha un peso fondamentale. Questo è innegabile.

Da oggi Antonino “c’ha la pressione” e vede le sue pastiglie già sul comodino, però ci proviamo lo stesso: accorgimenti nutrizionali, i soliti, ma con più attenzione, camminate o bike stazionaria tutti i giorni, vita quanto più possibile attiva, cercare di tenere lo stress sotto controllo (e il movimento in questo è maestro); abbiamo ancora due mesi, sarà molto più dura.

La palestre sono chiuse e moltissimi Antonino stanno combattendo le loro battaglie da soli; non indago sul giusto o sbagliato, ma prendo atto di come, pur con tutti i limiti legati al momento, la Salute non sia una priorità per questo paese.

Federico Saccani

Scienze Motorie AMPA

Osteopata DO

Mental Trainer

Palestra Stile Libero – Finale Ligure

"Giusto e sbagliato sono pastoie per asini" Detto Zen 

Testi e siti consultati:

_ Fisiologia Medica (Edi Ermes)

_ Fisiologia dell’Uomo (Edi Ermes)

_www.my-personaltrainer.it

_ www.humanitas.it

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