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martedì 19 marzo 2019

Campioni in palestra

>CAMPIONI IN PALESTRA<
Siamo piuttosto abituati, soprattutto in questo periodo dell’anno, a vedere Palestra Stile Libero frequentata da star più o meno illustri del variopinto mondo della mountain bike.
Campioni e campionesse italiani, team di spicco a livello internazionale, personaggi di pregiata caratura nelle varie specialità che caratterizzano questa disciplina colorano di un folkloristico rumoreggiare le nostre giornate primaverili.
Mathias Fluekckiger, uno dei miti dell'odierna Mountain Bike cross country ( https://www.mathiasflueckiger.ch/pers%C3%B6nlich/palmares/ ) lo special guest di oggi.
Leggere il suo curriculum sportivo fa un po’ tremare le ginocchia, mentre il codazzo di videomaker e fotografi che lo seguono nell’allenamento incuriosisce la ancora assopita palestra delle 9.15.
La serietà e professionalità di un campione si vede, oltre che nella cura dell’allenamento, anche nel rispetto dell’attrezzatura utilizzata e degli altri utenti del centro; chapeau.
Mentre il nostro Mathias si allena (e pure piuttosto pesante) io cerco di rimettere in moto D e, soprattutto, di ridarle fiducia “motoria”.
“Ehi D, come farai quando ti proibiro’ di venire in palestra? Quando sarai troppo in forma per i miei allenamenti?” la stuzzico tra un esercizio e l’altro; “impossibile, non ti libererai di me, mi incatenato alla porta”.
Mathias si esibisce con uno squat da un quintale abbondante mentre io conduco  C, collega Scienze Motorie, all’esplorazione di una più viva e profonda motricita’ posturale; “anche oggi un percorso entusiasmante” mi dice salutandomi soddisfatto e consapevole del lavoro fatto.
Arriva S, come sempre dilaniato dai dolori alla schiena; è un duro, maschera con abilità, ma lo sgamo ogni volta.
Mathias ultima il suo training, noi facciamo il nostro. “io qui sto sempre bene, guarda” sorride S; sorrido anche io.
La “straordinaria normalità” di chi ha bisogno, piacere e voglia di muoversi e mettersi in gioco è estremamente simile alla “normale straordinarietà” del campione.
SL.A.

L'immagine è di Mathias Flueckiger, scattata presso PalestraStileLibero.

domenica 24 aprile 2016

Quando l’Allenamento Funzionale … non funziona

Quando l’Allenamento Funzionale … non funziona
Ad un ascolto superficiale potrebbe essere definita confusione.
La musica attacca le casse con una bordata di “TriNitroToluene” targata ACDC, un missile a scuotere le fondamenta che, senza mai stancarsi, sorreggono i vitalissimi 200 metri quadri di Palestra StileLibero in una serata primaverile qualunque; clangore di spade che cozzano (una visione romantica del suono squillante di bilancieri e manubri) accompagnate da trogloditici grugniti e da mantici sbuffanti sono il fragore che contrasta il poderoso suono emesso dagli altoparlanti.
Quello che si sente non può essere chiamato semplicemente rumore. È qualcosa in più, un rituale, un liturgico susseguirsi di azioni (più o meno pensate) che definiamo allenamento.
Tutto scorre normalmente: vedo i volti sudati, le espressioni vacue che sfidano i bilancieri, il ritmico rimbalzare delle palle mediche, i salti, gli scatti, la corda che ruota veloce e sibilante, i successi ed i piccoli fallimenti, corpi che si muovono e corpi che si fermano … fino a quando una vocina sottile, ma terribilmente aguzza sfonda i miei timpani: “Faccio questo perché è funzionale”. Un brivido bollente corre lungo la mia colonna vertebrale, il tempo rallenta tipo Matrix, quando Neo schiva le pallottole (lui si che era funzionale), mi volto e vedo un accartocciamento di braccia e gambe, arrotate sopra una fitball mentre cercano di muoverla , troppo grande la palla o troppo corte le gambe, o forse entrambe le condizioni, non è quello il problema principale.
“Cosa stai facendo?”
“Boh, l’ho visto fare da una tipa su Instagram. È allenamento funzionale”
Soffoco un conato.
Sorrido.
Il tutto contemporaneamente.
“Quindi non hai idea di ciò che stai facendo.”
“Sento un po’ male dappertutto, poi la tipa, Una Modella (sottolineato con enfasi), aveva un gran fisico; è funzionale, quindi funziona”. Alzata di spalle come dire – cazzo ne capisci tu – .
Sgrano gli occhi.
RiSoffoco il conato.
RiSorrido.
Ancora tutto in contemporanea. Mi sto specializzando.
“Ok, senti, ti spiego”.
Una scena che con varie versioni, purtroppo, si ripete spesso.
Allora partiamo da ciò che ritengo possa essere “Allenamento Funzionale” e poi vediamo di capirci qualcosa.
L’Allenamento Funzionale è una qualsiasi modalità di allenamento (e ci tengo a sottolineare qualsiasi, con buona pace di tutti i Crossfitter de no’artri) utile ad implementare la capacità di svolgere le attività fisiche quotidiane, lavoro o sport che siano, utilizzando un approccio globale al condizionamento o, eventualmente, alla rieducazione o riabilitazione post infortunio.
Si, capisco, come al solito provare a dare delle definizioni a qualcosa di così complesso è impresa titanica e di sicuro insuccesso, ma se non altro, mette qualche piccolo paletto a ciò di cui stiamo parlando.
“ Tutto è funzionale, nulla è funzionale, è il programma che rende l’allenamento funzionale”; provando a parafrasare Paracelso (tutto è veleno, nulla è veleno, è la dose che fa il veleno), scopriamo una parola importante – programma – evidenziando così come l’allenamento funzionale non sia una sommatoria di movimenti più o meno stravaganti (you tube docet), bensì lo studio e la creazione di una ben precisa strada da seguire, disegnata sulle esigenze, sulla struttura, sul modo di porsi, sui desideri, ecc … dell’utente che stiamo allenando.
I “sacri testi” evidenziano delle linee guida per la costruzione di un programma di allenamento funzionale [1]:
Ø  Definizione di un obiettivo
Ø  Valutazione
Ø  Ricerca di stabilità e del bilanciamento muscolare
Ø  Ricerca di mobilità e dell’arco di movimento utile
Ø  Ricordo dei 7 movimenti primordiali (ogni movimento che il nostro corpo è in grado di compiere può essere scomposto in uno o più movimenti fondamentali: accovacciarsi, inginocchiarsi compiendo un passo avanti, spingere, tirare, chinarsi, girarsi, camminare o correre (o qualunque forma di andatura terrestre)
Ø  Ricerca di adeguati livelli di forza e potenza
Ø  Integrazione di tutti gli elementi
Ecco come l’allenamento funzionale prende vita in maniera più precisa, esulando da improbabili video dove il belloccio di turno asseconda i desideri della cyber-folla esibendo evoluzioni degne del Circo Togni, ma funzionali come un dito in un occhio. Nulla da stupirsi, i Freak Show hanno sempre attirato e continuano a farlo, evidentemente, numeroso e festante pubblico.
Viste le linee guida diventa interessante anche delineare le basi del programma di allenamento funzionale [1-2]:
Basi: core (enfasi su esercizi che attivino o meglio, pre-attivino, la muscolatura profonda, migliorando la connessione tra “estremità superiori” ed “estremità inferiori” del corpo, evitando sprechi di energia e consentendo la trasmissione del carico attraverso il sistema), postura dinamica, equilibrio (e disequilibrio), trasferimento dell’energia (attraverso il core, tra “sopra” e “sotto” e viceversa), gravità, tridimensionalità.
Viene da sé come la proposta di esercizi possa dunque arricchirsi di peculiarità. Porre enfasi sul core, su l’esecuzione di movimenti multiplanari e multiarticolari compiuti a diverse velocità e in condizioni di precario equilibrio utilizzando gli arti in maniera asimmetrica e ricorrendo a schemi motori “incrociati” (il core punto di torsione di uno schema motorio incrociato spontaneo come la corsa, per esempio) acquista come obiettivo ultimo la ricerca di rendere allenabili e adattabili tutte le componenti della performance, per tutti i tipi di performance. Differenziare ogni intervento per ogni persona: allenare la funzionalità dell’atleta e quella della signora che vuole portare senza soffrire le borse della spesa, ad esempio; esigenze diverse, ma obiettivo finale unico, essere più “performanti” in ciò che si vuole fare; specificità, ma allo stesso tempo multilateralità di proposte, per ampliare il più possibile il patrimonio motorio e, quindi, le situazioni allenanti. Il concetto di funzione utilizza quindi un approccio integrato, opposto ad “isolato”; allenare secondo la funzione significa allenare con variazioni per ottenere un obiettivo specifico sfruttando così la “saggezza” del corpo [3]. Costruire allenabilità e non solo allenamento [1], per garantire possibilità di progredire e favorire una migliore connessione corpo – mente (respirazione, controllo, precisione, concentrazione).
Detto ciò vediamo come perdono un po’ senso tutti i vari corsi di “Funzionale” che prendono misteriosamente (magie del marketing) vita nelle palestre. Proporre una routine di esercizi ad un gruppo eterogeneo di persone può essere utile, forse, a livello generale (stato di forma, benessere), ma smarrisce l’obiettivo per il quale è stato costituito: l’Allenamento Funzionale … NON Funziona.


Così come perdono un po’ di ragione d’essere quelle discipline (qualcuno li chiama sport …) nate da un’estremizzazione del Functional Training, il CrossFit per esempio (notate come sono passato a terminologie anglofone, per non stonare citando il CrossFit ;-) ), dove l’esecuzione fine a se stessa (e il mega giro di parole al vento ad ingigantire il business legato ad un marchio) predomina decisamente sulla qualità del movimento sulla specificità dello stesso e sull’individualizzazione del programma. Tutto fuorché “Functional”, insomma.
Torniamo a noi.
Allenare è difficile.
Processo creativo su base scientifica, che richiede fantasia ed entusiasmo. Questo vuol dire allenare. Dietro ad ogni allenamento ci deve essere un pensiero, una riflessione, una serie di domande alle quali l’allenamento stesso deve essere la risposta. Od il tentativo di risposta.
La bellezza nell’affrontare la costruzione di un programma di allenamento è la sfida che esso propone. Significa inserirsi (empaticamente parlando) nella vita di un’altra persona e da questa provare a tirare fuori il meglio (educare – e-ducere, condurre fuori), che sia un triathlon IronMan o semplicemente salire le scale senza fiatone, che sia disegnare un fisico possente e muscoloso o un cuore e una mente capaci di sopportare ore di corsa nei sentieri. Questo è allenare; i giocolieri del web li lasciamo roteare i loro sacchi di sabbia o sollevarsi in verticale sul dito indice come Kenshiro, non ci interessa. Noi apriamo i libri, mettiamo in pratica, studiamo, leggiamo, ci muoviamo, facciamo muovere, possibilmente sempre sorridendo, perché vivere è un regalo che merita un sorriso.
Non fermatevi alle apparenze, come sempre l’informazione non è conoscenza.
SL.A.
Prima che una persona studi lo Zen,
i monti sono monti e le acque sono acque; dopo una prima occhiata alla verità dello Zen,
i monti non sono più monti e le acque non sono più acque.
Dopo l’illuminazione, i monti tornano a essere monti e le acque a essere acque.
Detto Zen

Bibliografia:
[1] Muovere l'allenamento - Alberto Andorlini - Ed.Correre 2013
[2] Avanzamenti nell'allenamento funzionale - Michael Boyle - Sandro Ciccarelli editore - 2012
[3] Lo sviluppo atletico - Vern Gambetta - CalzettiMariucci ed. - 2013
Immagini:
Pagina Facebook: Sognatori che affollano le palestre a giugno in cerca di miracoli

domenica 11 ottobre 2015

Sul Metodo e sulla Metodologia






SUL METODO E SULLA METODOLOGIA

La scheda di allenamento in palestra.
Oggi voglio partire da qui, anzi voglio partire da una frase: “mi fai la scheda?”, credo che insieme a “meglio creatina o aminoacidi?” sia veramente un must di quasi la totalità delle palestre, un ritornello che quotidianamente viene canticchiato, un mantra che, se recitato alla perfezione, permette di ottenere quel foglio magico contenente una sicura ricetta per il successo: la scheda.
“La scheda” Viene chiamata così, quasi fosse una sola parola “lascheda”,  sussurrata in ogni angolo dello spogliatoio “ma tu hai la scheda?”, agognata da ogni nuovo iscritto, temuta e rispettata ogni volta che viene aggiornata dall’istruttore; c’è gente che addirittura vuole a tutti i costi “la scheda”, per poi comunque fare tutto a caso, l’importante è averla, appartenere a quell’elite di prescelti, tenerla in mano e, con occhio competente, scansionarla in ogni più piccolo dettaglio e poi, con un sospiro soddisfatto guardare l’istruttore e dire: “bella, bella scheda”, qualunque cosa significhi.
Nel mio ideale di allenamento “la scheda” (o “lascheda”, come volete voi) non esiste. Cerco proprio di evitare ogni discussione a riguardo e, quando vengo “costretto” (ovvio che nessuno mi costringe, ma a volte non è proprio possibile non adempiere a questo compito), provo comunque ad inserire indicazioni che rispecchino questo mio modo di pensare, il mio metodo, anzi, la mia metodologia.
Facciamo una veloce digressione.
Ogni programma di allenamento che si rispetti viene costruito seguendo un metodo.
Questo termine mi incuriosisce perché l’inflazionatissimo “metodo di allenamento” è un modo di dire dai significati oscuri e, tutto sommato, giustifica qualunque cosa.
Apro un vocabolario (Il Sabatini Colletti – Dizionario della lingua italiana) e trovo:

Mètodo:
1 – Procedimento messo in opera seguendo criteri sistematici in vista di uno scopo; complesso organico di regole, principi, criteri in base ai quali si svolge un’attività teorica o pratica. Sinonimi: sistema, criterio: m. di lavoro, m. di studio, mancanza di m. ; tecnica, sistema, procedimento utilizzati in un’attività: un nuovo m. di cura; con m., con regolarità e in modo ordinato.
2 – Estens. Modo di agire, di comportarsi, di vivere.

Etimologicamente, invece, ci si accorge come il significato originale sia un po’ più profondo, l’origine dal greco Methòdos: l’andar dietro per investigare, modo ordinato e conforme a certi principi, d’investigare, di esporre il vero.
Quindi, in maniera molto precisa, possiamo definire seguire un metodo come una strada da seguire, una ricerca, appoggiata su determinate regole e principi, della verità, della conoscenza.
Cominciamo, dunque, a fare un po’ di chiarezza, allora anche il nostro “metodo di allenamento” deve essere precisamente definito, deve rispettare determinati parametri, la nostra investigazione sistematica, possiamo dire così, dell’allenamento.
Il “metodo di allenamento” è dunque un risultato, un obiettivo. E’ ciò che deriva dalla nostra ricerca, in esso è organizzato il “fare”, mentre il “come fare” è insito nel significato di un’altra parola decisamente abusata nel campo della teoria dell’allenamento: metodologia.
Il solito vocabolario questa volta ci dice:

Metodologia: Scienza del metodo in filosofia e nelle discipline scientifiche; dottrina che studia le tecniche della sistemazione e dello sviluppo delle conoscenze nell’ambito di una certa materia. Sinonimo: metodica.

Dottrina del metodo.
Il “fare” come risultato di uno sviluppo delle conoscenze sul “come fare”. La distinzione, quindi, non è semplicemente semantica o formale, sottende, invece, la possibilità di agire guidati non soltanto dall’obiettivo da raggiungere (metodo), ma anche da una riflessione, da uno studio su come raggiungerlo (metodologia).
Questo concetto appare chiaro anche all’analisi etimologica del termine che letteralmente richiama alla “riflessione, discorso sul metodo”. La riflessione sulle regole e sui principi che sono alla base del metodo.

Methodos
Dal greco: andar dietro, seguire una via
Via da seguire per raggiungere un certo fine
Lògos
Dal greco: discorso
Discorso, riflessione, studio

La filosofia classica greca si è occupata di distinguere la vera conoscenza (episteme) dalla mera opinione (doxa) individuando, in tal modo, due tipi principali di conoscenza:

1 – opinione: fondata sui sensi
2 – scienza: fondata sulla ragione

La conoscenza scientifica costituisce una parte della conoscenza umana e si ottiene andando oltre la formazione dei concetti introducendo un ciclo di corroborazione (verifica/falsificazione) delle osservazioni empiriche. Il termine scienza (per estensione ovviamente anche la scienza dell’allenamento) indica, quindi, un insieme di conoscenze correlate in modo logico, che prevede procedure (metodi) di confronto con la realtà empirica, atte a corroborare (verificare/falsificare) gli enunciati di base. In questo senso e a differenza dell’opinione, la scienza dovrebbe rappresentare il grado massimo di certezza.
Le più recenti tendenze in epistemologia, però, circoscrivono il grado di “certezza” della scienza, mettendo in luce come il nostro modo di approcciare la realtà sia sempre determinato da un “qualcosa d’altro”: la conoscenza è condizionata dalle idee e dai metodi che il soggetto pone in essere per conoscere l’oggetto (la realtà).
Un esempio in tal senso è rintracciabile nel famoso esperimento sulla percezione “La Stanza di Ames” (Princeton University 1946 – Ames-Helmholtz).
Nella stanza sono presenti due persone, collocate su piani opposti. Viene chiesto ad un osservatore di guardare all’interno attraverso uno spioncino presente su una delle parete frontali.
Ciò che vede l’osservatore è che una persona in piedi in un angolo della stanza è un gigante, mentre l’altra, situata nell’angolo opposto, è minuscolo. Se i due invertono le loro posizioni camminando da un angolo all’altro della stanza , quello che precedentemente era minuscolo appare un gigante e viceversa. Quando, infine, i due si posizionano nello stesso punto della stanza, l’osservatore nota che i due sono alla stessa altezza.
La spiegazione di questa illusione ottica è da ricercarsi nella “reale” forma della camera, costruita in modo che, vista frontalmente, appaia come una normale stanza, mentre la pianta della stanza ha forma di trapezio con pareti divergenti, pavimento e soffitto inclinati e, quindi, l’orizzonte non parallelo al pavimento.
Cosa capiamo da questo esperimento?  Qualunque osservatore che si basi solo sui propri sensi dichiarerebbe che le due persone nella stanza cambiano le proprie dimensioni spostandosi da una parte all’altra; questo è portato dalla nostra esperienza, dal nostro modo di guardare alla realtà.  In buona sostanza un soggetto quando osserva la realtà per conoscerla fa ipotesi congruenti con il contesto in cui vive. La questione della conoscenza, allora, diventa di ordine metodologico. Richiede uno sforzo maggiore, richiede riflessione, studio, visione laterale, fantasia …
Tornando al nostro discorso iniziale viene, forse, più immediato capire come un elenco di esercizi (la scheda!) di per sé non significa nulla se non affiancata da uno studio approfondito degli obiettivi da raggiungere e del come fare a raggiungerli (metodologia).
Quindi possiamo affermare che tutto sommato “la scheda”  non ha senso di esistere come tale.
Facciamo un esempio: il signor A deve allenarsi (c’è scritto sulla sua … lascheda) alla panca piana, dopo adeguato riscaldamento deve fare 3 serie da 8 ripetizioni con 50 kg. Il signor A è un turista, si allena a sua detta per stare in forma e viene a Finale per le vacanze, non può permettersi di saltare il suo allenamento (perché il suo personal se ne accorgerebbe) e si reca presso il nostro Stile Libero per ottimizzarlo; controlla meticolosamente la palestra per vedere se è presente tutto ciò che gli serve per completare la sua “lascheda”, storce un po’ il naso per la mancanza di alcune cose e snobba i suggerimenti per sostituirle, chiederà al suo allenatore dice, “tanto devo mandargli i massimali” e siccome è tecnologico riceve la sua “lascheda” sul nuovissimo Iphone6 che sfodera orgoglioso nei  5’ di bike che usa per riscaldarsi.
La tragedia ha inizio quando il signor A si reca alla panca. Qui trova due ragazzi, B e C, che stanno facendo i loro esercizi. Non hanno una scheda classica (una lascheda), si allenano seguendo le mie indicazioni, annotano i progressi (ed eventualmente anche i regressi) e poi se ne discute insieme. Ascolto le loro esigenze e le loro sensazioni le integro con le mie conoscenze e il programma di allenamento viene costruito per loro, ma soprattutto con loro (metodologia). Oggi B e C lavorano pesante, si alternano e tengono occupata la panca per parecchio tempo. Chiedono al signor A se vuole inserirsi nella loro routine viesto che ne hanno per un po’ e, magari, fare un allenamento insieme. La risposta è negativa. Il signor A rimane seduto a guardarli e aspetta parecchio tempo fermo senza muovere un muscolo, giochicchiando con il suo Iphone6 e con la sua “lascheda” virtuale. Intervengo chiedendogli se vuole sostituire l’esercizio con qualcosa di alternativo, “assolutamente no”, se vuole provare a fare una altro tipo di allenamento, “oggi è lunedì, sulla scheda c’è il petto, devo fare questo”; mi arrendo e lo lascio nel suo brodo.
Questa storia di fantasia (forse … !!!!) ci riporta un po’ a tutto quello che è il nostro credo per quel che riguarda l’allenamento (allenamento funzionale?!?). Amo definirlo (pur non amando le definizioni) “processo creativo su base scientifica che richiede fantasia ed entusiasmo”, una serie di risposte, le più personali possibili, ad una serie di domande, anche queste le più personali possibili. La mia metodologia, se così possiamo dire, prevede la massima elasticità mentale sia da parte dell’allenatore che dell’allenato, prevede uno scambio continuo di sensazioni, di emozioni, di sentimenti percepiti durante il training, non di massimali o numero di ripetizioni, prevede una profonda conoscenza di ciò che accade ad un organismo umano sottoposto a determinati stimoli, ma anche di come questi stessi stimoli possono essere adeguati ad ogni esigenza, ad ogni necessità. Ritengo banale la costruzione di una scheda di allenamento che non prenda in considerazione tutto ciò, soprattutto in relazione agli obiettivi (credibili) dell’allenato.
La scheda di allenamento serve? No. Può essere una base da cui partire per costruire qualcosa di molto più importante.
Quello che necessariamente serve è una metodologia, un intersecarsi profondo tra studio, dialogo, riflessioni ed empatia tra i protagonisti di questa danza, l’allenatore e lo sportivo; quello che necessariamente serve è imparare a guardare oltre, a dare la giusta importanza a numeri e cifre senza dimenticarsi, però, che l’uomo è molto, ma molto di più.

“Alla fine della nostra esplorazione, arriveremo là dove siamo già stati e conosceremo il posto per la prima volta” T.S. Eliot

SL.A.

Siti consultati:

Libri consultati:
Lo sviluppo atletico – l’arte e la scienza del condizionamento funzionale nello sport – V. Gambetta – CalzettiMariucci 2013
Lo Zen e l’arte della corsa – L.Speciani – Ed.Correre 2001

L'immagine della stanza di Ames è tratta da: www.otticafabbri.com 
L’immagine del titolo è tratta da: www.arya.it

 

venerdì 28 agosto 2015

La mia ora d'oro, l'allenamento scientifico, la Supercompensazione, la ricerca di una nuova via






LA MIA ORA D’ORO. L’ALLENAMENTO SCIENTIFICO, LA SUPERCOMPENSAZIONE, LA RICERCA DI UNA NUOVA VIA



Sono molto legato ai libri. Ai “miei” libri, quelli che mi hanno formato, educato, cresciuto, che mi hanno lasciato qualcosa. Non sono mai stato un lettore raffinato, tutt’altro, ma ho sempre avuto un certo fiuto nello scegliere ciò che poteva piacermi od interessarmi, spesso l’immagine in copertina, a volte il titolo, sicuramente l’argomento o il genere trattato, piccoli segni potevano farmi decidere per un testo piuttosto che un altro e difficilmente sbagliavo. Tutto sommato, a parte le “manzoniane” crisi dei primi anni delle superiori, possa vantarmi di essere un buon lettore; qualche pagina posso dire con orgoglio, di averla girata.

Discorso diverso per i libri regalatomi. A volte colpivano nel segno, a volte meno. Ho sempre messo un po’ del mio, ho sempre provato a iniziarli, mi ci sono anche perso, ma non sempre sono riuscito ad instaurare quell’inevitabile feeling tra scrittore e lettore, in fondo il gusto “letterario” è veramente un qualcosa di personale, non ci si può fare nulla.


Però.


Qui il però ha proprio il significato di congiunzione avversativa, perché, se devo essere sincero, uno dei libri di cui ho un ricordo più nitido, forse uno di quelli che ha spinto la mia vita in una determinata dimensione, chi lo sa, mi è stato regalato.

Non avevo ancora compiuto 11 anni, il 1984 era iniziato con un’impresa sportiva eccezionale, soprattutto per gli amanti del ciclismo. Un atleta italiano quasi a fine carriera, aveva detronizzato un record che resisteva da tempo, un record saldamente in mano ad un mito non solo del ciclismo, ma dello sport in generale, Eddy Merckx.


Francesco Moser da Palù di Giovo (TN) aveva detronizzato il record dell’ora disintegrando il muro dei 50 km ed aprendo un’altra pagina nella storia dell’allenamento sportivo. Eh si, perché quell’impresa è stata figlia, oltre che del talento smisurato del Checco nazionale, di una sinergia con un gruppo di medici, biologi, nutrizionisti e preparatori atletici, l’Equipe Enervit. Si spalancava, anche nel nostro paese, l’approccio scientifico all’allenamento.

Ecco, io tutto sommato me ne fregavo. Ero contento per il successo di Moser, perché in casa mia si tifava per lui (era l’epoca dei dualismi, e quello Moser-Saronni ha infiammato la mia infanzia), mi piaceva il ciclismo, ma non era il mio sport preferito, non sapevo nulla di allenamento, di alimentazione sportiva, di scientificità.

Mi affacciavo alle scuole medie con l’apparecchio fisso ai denti, e quello, per me, era già abbastanza.


Però.



Ricordo quel giorno che mio padre entrò in casa con quel libro sottobraccio. Probabilmente era passato qualche mese dall’impresa del corridore trentino ma, complice anche la vittoria al Giro d’Italia, si parlava ancora di Moser e del suo “misterioso” entourage di preparatori. Il titolo non lasciava scampo a nessun dubbio: “MOSER: LA MIA ORA D’ORO – la leggendaria impresa di Città del Messico nell’appassionante racconto del campione”; tra i vari capitoli spiccava un curioso: “I retroscena segreti dell’exploit, la verità sull’intervento della scienza”. Non so bene il perché, mi tuffai su quel volumetto (numero unico 6500 lire, bei tempi), lo divorai, l’ho letto e riletto decine di volte, di più, in trent’anni sicuramente l'ho aperto centinaia di volte, trovando sempre qualche spunto di riflessione, qualche curiosità, qualche dato che il tempo ha clamorosamente smentito o pomposamente confermato, qualche studioso caduto in disgrazia (non voglio entrare qui sul “Team Conconi” e la scuola dell’università di Ferrara, sul doping ematico e cose del genere), qualcun altro che invece ha, di diritto, fatto la storia (il compianto Enrico Arcelli, scomparso proprio recentemente, che ho avuto l’onore di conoscere qualche anno fa durante un corso).


Chissà cosa quel libro fece scattare dentro di me, ma senz’altro fu qualcosa che mi colpì nel profondo, che segnò irrimediabilmente la mia vita. Avevo aperto una delle mie “Sliding Doors”.


Mi tuffai nello sport (con gli alti e bassi emotivi che possono caratterizzare i primi anni dell’adolescenza), ma da quel momento l’attività fisica, specie quella di resistenza divenne una costante. Se devo trovare un “leitmotiv” che ha accompagnato quegli anni è senz’altro il movimento fisico. Mi innamorai proprio dello sport tanto che, dopo un agonizzante peregrinare tra un’università ed un’altra, mi iscrissi all’ISEF. Che meraviglia. Dovevo fare due cose: sport e capire perché e come farlo meglio. Ogni materia pratica era una gara, uno scontro, una partita, il pomeriggio dopo le lezioni ci si vedeva con i miei colleghi di studio e si faceva allenamento. Nuoto, corsa, pallavolo, pallacanestro, tutto mi eccitava, era come vivere nel paese dei balocchi. Venivo valutato per fare la cosa che mi piaceva di più al mondo, muovermi. Il passo ad innamorarmi anche delle regole (o presunte tali) che stanno alla base del movimento è stato brevissimo. Più mi muovevo, più volevo capire perché lo facevo e come fare per muovermi meglio. Se mangiavo qualcosa volevo capire che effetti poteva avere sul mio corpo e come adoperarmi per migliorare questi effetti. Ero un laboratorio vivente, ero lo scienziato pazzo e la cavia. Teoria e pratica. Tanta pratica e tanta teoria. E non esisteva internet, era l’alba dell’era informatica. Si compravano i libri. Eh già, i libri e tutto ciò che avevo letto su quello di Moser acquistava un senso, tutto ciò che quelle pagine di grafici e tabelle volevano spiegare, ora venivano capite. Capite e criticate. Capite e ammirate. Il passaggio a scienze motorie è quindi un atto dovuto, una forma di rispetto a quella scienza dello sport che tanto mi entusiasmava.


La bellezza della vita (benedizione e maledizione, direi) è la sua imprevedibilità. La scienza porta con sé il dubbio, i dubbi portano desiderio di ricerca; nuove “scoperte” portano inevitabilmente a nuovi dubbi, un Uroboro infinito, anzi un nastro di Moebius dalle molteplici facce. Una rincorsa senza tregua.


Questa imprevedibilità mi porta, nel tempo, a cercare qualcosa che oltrepassi la scienza dell’allenamento, non ne prendo le distanze, ma la assimilo nel concetto più vasto di uomo e di umanità. Mi rendo conto che le spiegazioni date a grafici e tabelle non mi soddisfano più, che quell’ora d’oro di Moser ha aperto una porta su di un labirinto di conoscenza che, contrariamente a quello che pensavo i primi anni di ISEF, non si potrà mai completare. Quindi lo interpreto, o almeno ci provo. A modo mio. Lo faccio mio. Sono Teseo, ma alla fine sono anche il Minotauro.


Vediamo allora di provare a spiegare questa interpretazione.


Uno dei principi che ha caratterizzato i miei primi studi è quello della “Supercompensazione”. Il grafico è famosissimo, si trova ovunque si parli di allenamento, e la teoria che ne sta alla base, pur essendo conosciuta da pochi, è utilizzata, o meglio, è “raccontata” da tutti.

La supercompensazione può essere definita come un processo fisico che permette di sviluppare i necessari adattamenti corporei ai carichi allenanti, in modo da raggiungere l’effetto ricercato dall’allenamento: come effetto dell’allenamento non soltanto si recupera il potenziale energetico speso, ma si raggiunge un potenziale maggiore. Il punto di partenza dell’allenamento successivo sarà quindi più alto rispetto ai livelli iniziali [1]


Fig.1




Tanti carichi, tanti recuperi ben fatti, tanto incremento delle capacità lavorative, in sintesi.

Da tutto quanto sopra esposto, si può definire l’allenabilità come la maggior o minore capacità dell’organismo di tollerare e di adattarsi ai carichi di lavoro di allenamento, spostando la propria capacità di prestazione verso il livello più elevato consentito dalle caratteristiche genetiche e dalle favorevoli condizioni ambientali. [2]


Capite bene che tutto questo, per noi studenti/sportivi era (ed è tutt’ora, comunque) terribilmente affascinante. Un grafico semplice ti spiega come poter sistemare gli allenamenti per avere un risultato positivo nel tempo. L’uovo di Colombo.


Ci sono persone che si accontentano delle risposte fornite loro, altre, invece, hanno il bisogno di scavare un po’ più a fondo. Ma questa benedetta “Supercompensazione” da dove viene?


Apriamo una piccola parentesi: la sindrome generale di adattamento.


Tale denominazione deriva dalla sindrome generale di adattamento di Hans Seyle secondo cui l’organismo reagirebbe ad uno stimolo (stress), proveniente sia dall’esterno che dall’interno, per mantenere la sua omeostasi, attraverso tre fasi successive:


Reazione d’allarme: l’organismo subisce l’azione di shock dell’agente stressante (nel nostro caso l’allenamento) seguita da una reazione di aggiustamento immediata (ormonale, respiratoria, cardiovascolare, metabolica, ecc) nella quale vengono attivate le difese necessarie al fine di poter reagire o fuggire dalla causa che ha generato stress.


Fase di resistenza: l’organismo aumenta la sua capacità di resistenza verso il fattore stressante che lo ha colpito, creando una serie di modificazioni morfo-funzionali che lo preservino da ulteriori stimoli stressanti; essi vanno sotto il nome di adattamenti e sono specifici per ogni sport ed è proprio grazie a loro che l’atleta diventerà capace di sostenere performance migliori.


Fase di esaurimento: l’organismo soccombe agli agenti stressanti (carichi di allenamento); tale situazione può comparire più o meno tardivamente, per effetto sommatoria, in rapporto alla capacità di difesa dell’organismo e all’intensità dello stress; essa si traduce in una stagnazione delle prestazioni e nelle situazioni più gravi nel loro decadimento con l’instaurarsi del superallenamento (fatica cronica), sindrome patologica che debilita fortemente l’atleta rendendolo incapace di recuperare gli stress dell’allenamento.

Al contrario, se lo stimolo allenante sarà seguito da adeguate fasi di recupero, si darà origine al fenomeno della Supercompensazione, dove l’organismo non solo recupererà l’affaticamento subito dal training, ma lo farà ad un livello superiore, premunendosi da un futuro stimolo stressante.

Questo porterà l’atleta ad un grado di resistenza superiore ed alla possibilità di innalzare lo stimolo specifico rispetto a quello che avevamo utilizzato nell’allenamento precedente a patto che il tempo intercorso tra le due esercitazioni non sia eccessivo e l’organismo conservi il “ricordo” dell’esercitazione precedente.

In questo caso, una nuova esposizione al carico più intensa della precedente, farà aumentare ancora la possibilità di adattamento a nuovi stimoli allenanti. Avremo così un individuo che per gradi successivi sarà preparato ad impegni maggiormente gravosi o per intensità del lavoro (incremento % rispetto al carico massimo) o per quantità del lavoro (per esempio km in bicicletta).

Gli stimoli allenanti hanno tempi di supercompensazione diversi, tale dinamica viene definita eterocronismo e la sua conoscenza è fondamentale per la strutturazione dell’allenamento. Questo tipo di distribuzione dello stimolo-adattamento dovrà avvenire mediante un’organizzazione ciclica che garantisca la ripetizione dello stimolo in tempi utili al fine di sfruttare la supercompensazione [3].


Dunque possiamo dire, riepilogando, che qualunque sia la causa di uno stress intenso che turba l’organismo, quest’ultimo avrà la tendenza a reagire con una sequenza preordinata di risposte al fine di ristabilire l’omeostasi interna. Questi meccanismi non solo non sono nocivi, ma sono fondamentali per ogni adattamento all’ambiente esterno e quindi alla prosecuzione della specie e all’evoluzione. Un eccesso di stressors, gli stimoli stressanti, porterà a un eccesso di stress con i connotati negativi comunemente conosciuti, mentre una dose adeguata di stimoli stressanti porterà un adattamento all’ambiente. E’ evidente come questi concetti si possano applicare perfettamente agli stimoli allenanti.

Se aumentiamo lo stress organico allenante, agendo sulla durata dell’allenamento o sull’entità del carico, ci vorrà un tempo più lungo, rispetto ad una seduta standard, affinché l’organismo ripristini le condizioni iniziali e dia il via alla fase di supercompensazione. In entrambi i casi il maggiore stress organico prodotto, se seguito dall’opportuno recupero, potrà determinare un incremento della successiva risposta supecompensativa.

Da ciò si evince come la durata dell’allenamento, l’entità del sovraccarico, il periodo dedicato al recupero e, di conseguenza, la frequenza degli allenamenti costituiscano i parametri fondamentali dell’allenamento e siano strettamente legati tra loro. [4]


Ecco qui che poco per volta il discorso si complica un po’. Oltre a “Supercompensazione” e al grafico semplice, intervengono altri termini a far approfondire le nostre ricerche.

Uno di questi termini, fondamentale per comprendere il processo è quello di adattamento. Secondo [5] si può affermare che l’adattamento e la capacità di adattamento, che rappresentano i presupposti perché possa aumentare la capacità di prestazione dell’organismo o di suoi singoli sistemi parziali, subiscono l’influenza di numerosi fattori. Il processo di adattamento si manifesta in forme e tipologie diverse ed è limitato da fattori genetici. I fattori ambientali – ad esempio in forma di stimoli di allenamento – possono esercitare la loro azione di trasformazione del genotipo in fenotipo solo entro questi spazi più o meno ampi, specifici di un organo o di un sistema di organi.

Quindi qui saltano fuori altri fattori che possono modificare, in positivo od in negativo, il risultato di un processo di allenamento e quanto detto finora non è in contrasto con quanto già ipotizzava negli anni ’50 Hans Seyle, riferendosi ad una limitata e particolare energia di adattamento posseduta, in partenza, da ciascun individuo. Secondo tale teoria le possibilità di indurre modificazioni stabili delle strutture e delle funzioni dell’organismo come conseguenza della reiterata somministrazione di carichi di allenamento non sono infinite, trovano la loro limitazione fondamentale nel patrimonio genetico di ciascuno. L’allenamento, da questo punto di vista, può soltanto consentire l’espressione e l’attualizzazione di attitudini psicofisiche potenzialmente possedute dall’individuo. E’ evidente che cercare di superare i limiti geneticamente prestabiliti per ciascun individuo comporta, sempre, l’attivazione di processi di autodifesa da parte dell’organismo e, nei casi estremi, il cedimento delle strutture interessate [2].


Stiamo lentamente completando il nostro ragionamento. Dunque i risultati possibili di un processo di allenamento sono due: adattamento o disadattamento.

L’allenatore al termine di un congruo lasso di tempo (macrociclo)

Se la modulazione dei fattori condizionali è stata equilibrata (volumi e intensità),

Rispettando i tempi responsivi del soggetto (recuperi),

Integrando  i fattori specifici con quelli generali della disciplina (fattori generali e specifici),

potrà verificare una reazione adattativa: una crescita della prestazione completa e stabile in linea nei tempi e modi con le attese.

In caso contrario l’insuccesso si evidenzierà nelle seguenti manifestazioni:

Reazione transadattativa: fluttuazioni prestative e stagnazione dei risultati

Reazione disadattativa: defaillance prestativa e overtraining [6].


Nell’ambito di questa teoria, sono accettate anche variazioni più sofisticate del piano di allenamento. Una variazione molto seguita dagli allenatori, quella del microciclo d’urto (di supercarico) prevede diverse sedute con carico elevato e intervalli di recupero brevi tra di esse, alternate ad un periodo di riposo relativamente lungo. Si ritiene che un andamento di questo genere induca una supercompensazione finale superiore a quella normale. [7]

Il modello della “Supercompensazione” qui descritto è quello più accreditato da diversi decenni e, come dicevamo, largamente accettato dagli allenatori. Malgrado la sua popolarità, però, è necessario un esame critico di questa teoria [7].

Il modello descritto, possiamo chiamarlo ad “un fattore” (carico/supercompensazione) alla prova dei fatti si è dimostrato troppo semplicistico in relazione alla complessità dei fenomeni in oggetto. In particolare sono emerse critiche:

Sulla rilevanza del meccanismo di supercompensazione, non sempre comprovato da tutti gli indici biologici (es. la concentrazione di ATP non è modificata da alcun carico somministrabile) (Verkhoshanskij in [8] a tal proposito, però osserva come ad intensità molto elevate e immediatamente dopo il lavoro si possa osservare una fase di “Supercompensazione” di brevissima durata);

Sull’eterocronismo degli adattamenti (metabolici, strutturali, ecc…), incostanti e quindi imponderabili nell’individuo stesso in quanto influenzabili da vari fattori;

Sui criteri di “temporizzazione” degli stimoli, non chiariti e documentati nella loro reale efficacia.

In questi ultimi anni sta ottenendo credito la “teoria a due fattori”, forse più complessa della precedente, ma foriera, almeno concettualmente, di un maggior controllo del processo allenante. La forma (preparedness), potenziale specifico dell’atleta, è variabile nel tempo in funzione di due elementi. Il primo è la condizione fisica (fitness), stato stabile, lentamente modificabile; il secondo, fast-changing, è dato dal grado di perturbazione (fatigue) prodotto non solo dal carico allenante, ma anche dall’esito degli stress psicologici, dagli stati patologici non evidenti (anemia, infezioni latenti …). L’effetto di una seduta allenante sarebbe la somma algebrica, istante per istante, della fitness e fatigue prodotti. Approssimando, si è constatato che lo stato di fatica perdura per 1/3 del tempo di guadagno della condizione; quindi se la stanchezza in conseguenza di un carico si manifesta per 24 ore, l’effetto positivo dello stesso si protrarrà per 72 ore [6].

Semplificando: Secondo il modello a due fattori, gli effetti immediati successivi a una sessione di allenamento rappresentano la combinazione di due processi:

·         Un miglioramento della fitness indotto dalla sessione stessa;

·         La fatica.

Al termine della sessione, lo stato di preparazione dell’atleta:

Aumenta grazie al miglioramento della fitness;

Peggiora a causa della fatica.

Il risultato finale è dato dalla somma delle modificazioni positive e negative.

In base alla teoria dell’allenamento a due fattori, la durata degli intervalli tra sessioni di allenamento consecutive deve essere stabilita, in modo tale che tutte le tracce degli effetti negativi della sessione precedente siano sparite, pur mantenendo gli effetti positivi del miglioramento della condizione fisica. Questo modello è diventato abbastanza popolare tra gli allenatori, che lo seguono principalmente per programmare l’allenamento negli ultimi giorni di una gara. [7].



Fig.2 


Quindi, siamo partiti dalla “Sindrome Generale di Adattamento” di Hanse Seyle per arrivare alla teoria della “Supercompensazione”. Come ci siamo riusciti?


Facciamo un passo indietro.


[8] ci ricorda come il processo di “Supercompensazione” venne definito da Jakovlev negli anni ’50, stabilendo che il contenuto di glicogeno diminuito dopo il lavoro, durante il periodo di riposo, non solo aumenta fino a raggiungere il livello iniziale, ma addirittura lo supera (principio di Enghel’gard).



Fig.3

1: Utilizzazione; 2: Ripristino; 3: Supercompensazione; 4: Ritorno (ad onde) al livello iniziale


Quindi il buon Jakovlev non è proprio il primo che si occupa di questo processo, anzi, per essere precisi, il fenomeno della supercompensazione è stato studiato, per la prima volta, ancora nel XVII secolo, dal patologo tedesco Weigert (infatti alcuni testi definiscono il fenomeno della supercompensazione come “Legge di Weigert”, ad esempio [1]). I suoi studi in tal senso erano diretti sul meccanismo di cicatrizzazione delle ferite, egli stabilì come durante la guarigione il tessuto danneggiato venga rigenerato in eccesso, poi si verifica lo sviluppo del tessuto di granulazione che, successivamente, subisce un’involuzione [8]. In un libro del 1905 “Organismi patogeni compresi batteri e protozoi” viene citato il termine Supercompensazione con chiara attribuzione a Weigert e alla sua legge [9].

Anche I.Pavlov, Nobel per la medicina, conferma la legge di Weigert studiando la funzione delle ghiandole salivari e stabilendo che , durante la secrezione attiva della saliva, le ghiandole perdono una parte dei composti azotati. Quando l’attività delle ghiandole cessa, il contenuto dei nitrati viene ripristinato in eccesso e, successivamente, ritorna al livello normale [8].

Negli anni ‘30 del novecento altri studiosi confermarono la bontà della “visione” di Weigert, i lavori di Yu.Fol’bort condotti sull’attività cardiaca e, specialmente, quelli del biochimico sovietico V. Enghel’gard che formulò il principio secondo il quale: “il processo primario della disintegrazione provoca o potenzia sempre la reazione responsabile della resintesi”; questo principio venne ripreso una trentina di anni dopo anche dal neurofisiologo P. Anochin che affermò: “ … nei biosistemi con funzionamento normale, i processi di recupero sono sempre potenzialmente più intensi e superano i processi di disgregazione” [8].

Jakovlev ha quindi trasferito questi concetti al mondo dell’allenamento dimostrando che il meccanismo della Supercompensazione è corretto anche per creatinfosfato, proteine enzimatiche e strutturali, fosfolipidi, quantità di mitocondri nelle fibre muscolari [8].


Ricapitolando vediamo come la legge della Supercompensazione non sia legata solamente al mondo dell’allenamento, anzi, abbiamo visto come sia stata quasi una “forzatura”, passatemi il termine, il suo trasferimento alle discussioni in tale ambito. Il nostro corpo lotta per mantenere il suo equilibrio interno e il meccanismo Supercompensatorio è una manifestazione di come il corpo stesso si organizzi, attui dei cambiamenti, si metta in gioco pur di mantenere questo equilibrio [9].


Questo equilibrio interno non è dunque fisso e costante, ma può variare dentro un certo intervallo di valori, un forchetta più o meno ampia che può permettere al corpo di esplicare la sua capacità migliore, quella di adattarsi. A tal proposito interessante vedere come la tendenza del corpo al suo mantenimento dell’equilibrio interno, nonostante i numerosi attacchi provenienti dall’esterno, venga definita Omeostasi e cioè “similmente stabile”, quindi non identico di volta in volta, ma “adattato” all’interno di un range di valori diciamo tollerati dall’organismo (un esempio? La temperatura interna del corpo che, entro certi limiti, appunto, rimane in omeostasi sia che la temperatura esterna sia di 35° che di 5°).


Risulta evidente come con queste premesse, la GAS, Sindrome Generale di Adattamento di Hans Seyle ci stia proprio a pennello. Il merito che noi allenatori, preparatori atletici e studiosi dello sport possiamo attribuire alla GAS è quello di aver fornito un modello unico dell’adattamento dell’organismo alla varietà di stimoli che un allenamento può fornire: anaerobici, aerobici, lattacidi, alattacidi, continui, intervallati, conglobando in un’unica definizione il concetto di Supercompensazione di Weigert e il concetto (ai tempi di Seyle ancora inesistente, ma di futura definizione) di sovrallenamento [9]. Quindi a questo punto, siamo ormai negli anni sessanta, inglobare tutte queste teorie nel “calderone” dell’allenamento è cosa fatta, il fenomeno della Supercompensazione e la GAS diventano chiave di lettura della preparazione atletica di alta qualificazione e, nel tempo, fondamenta per tutta la teoria dell’allenamento (“La supercompensazione rappresenta il fenomeno basilare per il miglioramento funzionale e di prestazione [10]).


Prima di dire la mia opinione in merito a tutto ciò, vorrei sottolineare come, comunque, negli anni, la teoria della Supercompensazione sia stata oggetto di critiche. Alcune le abbiamo già presentate prima, altre non meno importanti vengono portate da [8], quando pur evidenziando come il fenomeno in questione sia espressione della legge fondamentale della sopravvivenza, dell’adattamento alle condizioni di vita e del miglioramento funzionale di tutti gli esseri viventi, esso, anzi, la sua “letterale” interpretazione, nel campo dell’allenamento ha portato a due grandi errori fatali; il primo nell’aumento del volume del carico di allenamento (più è meglio; per batter l’avversario devi allenarti più di lui), il secondo, diretta conseguenza di questo, volumi di allenamento enormi, esasperati che hanno cominciato a superare le possibilità dell’organismo umano. Il primo errore porta all’esaurimento delle funzioni dei sistemi endocrini dell’organismo (sovrallenamento e traumi) e all’utilizzazione poco efficace dell’energia degli atleti; il secondo porta all’utilizzo (lecito od illecito) di “procedure per il recupero” che, nella migliore delle ipotesi, eliminano le tracce biochimiche dell’effetto allenante del carico, alterano lo sviluppo delle biosintesi di riparazione ed eliminano l’azione di induzione dei metaboliti che determinano, in modo specifico, la biosintesi post-lavorativa.


Altre critiche importanti [11] vengono riferite al fatto che la Supercompensazione rappresenta un semplice schema “stimolo-reazione”, quindi il carico sportivo viene organizzato esclusivamente attraverso la manipolazione dosata della variabile di ingresso carico allenante. Secondo alcuni autori allo stato attuale delle nostre conoscenze quello che meglio corrisponde alla realtà dell’allenamento è un modello a più fasi dell’adattamento; il corpo umano possiede diversi stati funzionali che possono assicurare la prestazione  se modificati in senso adattativo (sistema endocrino, sistema nervoso, cardiocircolatorio, immunitario, metabolismo energetico …) ed in tal senso, quindi, deve organizzarsi il processo allenante [11 – 9].


Anche in [12] i concetti che vengono messi sotto la lente della critica sono grossomodo gli stessi, ponendo l’accento sul fatto che trattando il fenomeno della Supercompensazione non si prende in considerazione ciò che succede nell’organismo, ma soltanto quello che viene svolto come allenamento (input) e di come cambia la prestazione dell’atleta (output), considerando l’organismo, quindi, come una scatola chiusa.

Come mi muovo io in tutto questo? Come la “mia ora d’oro” diventa “la ricerca di una nuova via?”.

Assimilare questi concetti non è senz’altro cosa facile; la genialità del grafico della Supercompensazione sta nel semplificare all’ennesima potenza un concetto estremamente complicato. Ma questa è anche la sua debolezza, perché se in generale il fenomeno in questo modo si può comprendere con immediatezza, lascia al palo parecchi interrogativi (almeno in chi se li vuole porre). Anche le critiche più o meno varie  non affrontano nello specifico quello che, a mio avviso, è il problema principale:


L’uomo. Il vero e proprio concetto di uomo, con tutte le sue problematiche, con tutto quello che gli gravita intorno, con tutte le energie e vibrazioni che lo nutrono (o lo indeboliscono), con la mente che può renderlo invincibile o può renderlo un rottame. Guardando Iron Cowboy James (http://www.ironcowboy.co/#home ) mi chiedo: e questo come Supercompensa? Utilizzerà le teoria ad un fattore? A due fattori? A più stadi? Uno che conclude 50 Triathlon IronMan (3800 m nuoto – 180 km bici – 42,195 km corsa), in 50 giorni di fila, in 50 stati diversi, come e dove si inserisce in tutti questi grafici? Capisco che ogni prestazione non sarà sicuramente stata eseguita al massimo possibile dell’atleta, ma nel suo complesso, la performance globale è, non saprei definirla, boh, fate voi, per me è impressionante, devastante, tutto ciò che vi viene in mente con suffisso –ante. E le imprese di Dean Karnazes, quelle di Kilian, quelle di Marco Olmo o quelle di Bruno Brunod? Quelle del “Lupo” Ghidoni? Ma questi Supercompensano? E poi mi perdo a guardare l’atletica leggera in tv. Penso sia lo sport (insieme al nuoto) che mi piace di più guardare. Mi appassiono veramente. In questi giorni ci sono i mondiali a Pechino; grandi atleti e grandi prestazioni. La scuola italiana, fondata sulla teoria dell’allenamento più classica, posata sulle solide e inappuntabili fondamenta della fidal, cresciuta a pane e Supercompensazione, ha portato una squadra di relitti scoppiati (e lo dico con il massimo rispetto veramente per grandi atleti con grande passione, ma quello è, non si può dire altro) che non sono andati a medaglia, ma che dico, non hanno passato nemmeno un turno (o poco più). E questi hanno Supercompensato?


Allora forse c’è di più, o forse c’è qualcosa di diverso. E io sono terribilmente attratto da quel qualcosa in più e, soprattutto da quel qualcosa di diverso.


Ho sempre odiato il concetto della percentuale. Utile, importante, ma il pensiero di essere ingabbiato in un dato (% appunto) mi ha sempre infastidito. Il mondo dell’allenamento è fatto di percentuali, anche i concetti finora esposti si basano su quelle: ti alleni al 70% del massimale, corri al 65% del VO2 max … ovviamente, per lo stesso motivo, patisco un po’ protocolli, schemi preconfezionati, tabelle varie perché, pur tenendo in conto parametri interessantissimi, si dimenticano del parametro uomo, con tutte le sue variabili, con tutte le sue problematiche con tutte le sue energie più o meno influenzabili e che più o meno influenzano. Credo che nel nostro campo la precisione sia pura utopia e che la realtà sia ben lontana da schemi e metanalisi, così come il sapere sia senza dubbio provvisorio. Se nelle tabelline, 2 per 2 come risultato da sempre 4, nella preparazione atletica di uno sportivo il risultato dell’applicazione di una metodologia può variare di gran lunga in relazione ad una quantità enorme di variabili individuali. Abbiamo senza dubbio dei riferimenti di “base” che per quello che sono (di base appunto) devono essere considerati, mentre l’allenamento deve essere di volta in volta costruito su ogni individuo, considerandolo sempre come un’interazione di tre componenti, quella strutturale (il corpo, ossa, muscoli, cicatrici, traumi …), quella funzionale (alimentazione, stile di vita, lavoro, tensioni …), quella mentale (idee, carattere, emozioni, storia …) [13].

In una visione oltremodo olistica, integrata, non bisogna dimenticare come la materia vivente sia una sorgente che irradia energia elettromagnetica, le cellule sono caratterizzate da livelli energetici ben definiti, il DNA, in particolare, ha le caratteristiche di un circuito oscillante e come tale può ricevere o trasmettere onde elettromagnetiche (informazioni) alle cellule. Se analizziamo il corpo dal punto di vista della Biofisica (quindi il corpo come un organismo che trasforma energia; la materia fatta di energia) bisogna obbligatoriamente studiare “il tutto”, perché l’energia non si può separare: uno dei principi della fisica quantistica è che il concetto “causa-effetto” non ha senso; si, praticamente il concetto chiave della Supercompensazione. Il mondo materiale che noi percepiamo è puramente illusorio. Con i nostri sensi sperimentiamo, al massimo delle nostre possibilità, tutto ciò che è percepibile: ma la realtà che percepiamo non è “tutta la realtà”; Carlo Rubbia (Nobel per la fisica) ha dichiarato che solo un miliardesimo del nostro corpo (della realtà) è costituito dalla massa, tutto il resto è costituito da biofotoni (energia); l’essere umano è essenzialmente energia [13].


Questa visione è, a pare mio interessantissima e apre scenari inimmaginabili. Spesso leggiamo sui giornali sportivi che tale giocatore ha cambiato allenatore e le sue performance sono migliorate nettamente, da subito: allora tutti ad indagare sul cambio di allenamento o sull’approccio psicologico del nuovo trainer ecc …, tutte cose giuste, ma magari la risposta più precisa è che le due nuove energie che si confrontano sono, come dire, più compatibili? Vibrano in maniera più simile? Non so, ma mi sembra plausibile.


Capite bene che con premesse come queste costruire un programma di allenamento diventa veramente qualcosa di particolare, come amo definirlo, un processo creativo su base scientifica che richiede fantasia ed entusiasmo; non è più così scontato, vero? Anche la Supercompensazione perde un po’ di appeal, no?


Un altro appunto che mi viene in mente è il mio smodato interesse per la paleoantropologia. Capite bene che io sbavo per le “camminate” di Ardi (Ardipitecus Ramidus), mi immagino come potesse muoversi, con che forza si arrampicasse, se sollevava qualche oggetto, se lanciava; mi perdo in quella che è la caccia di persistenza, in come gli ultrarunners, anzi, ultradecatleti preistorici di 1,5 milioni di anni fa, seguivano e fiaccavano le prede, di come le catturavano e di come le potessero trasportare. Ma questi come Supercompensavano? Mica avevano letto Harre o Jakovlev o Verkhoshanskij? Vuoi vedere che esiste un meccanismo innato, evoluto nel tempo, migliorato ed affinato con la pratica che permetteva all’uomo di scegliere come, quando e per quanto tempo riposarsi? Vuoi vedere che questo “adattamento” lo abbiamo dimenticato e che tutte queste teorie non sono altro che miseri tentativi di dimostrazione dell’ovvio? Di ciò che eravamo e che non siamo più capaci ad essere?


E poi c’è questa frase “Che occasione unica per reinventare il mondo. Grazie, crisi. J.Séguéla”. Qui si aprono altri scenari veramente infiniti. Nella nostra società si registra oggi un evidente indebolimento delle forze mentali e motivazionali degli individui. E’ evidente a tutti che sia il cervello a creare la cultura. Un po’ meno ovvio è il contrario: anche la cultura, a sua volta, plasma il cervello. Significa che le pratiche di vita, gli atteggiamenti, i modelli di comportamento premiati dalla nostra società modellano il nostro cervello e le nostre funzioni mentali. La “crisi” investe la società nel suo insieme, diventa un dato permanente con cui bisogna imparare a convivere. Un simile scenario, per essere affrontato, richiederebbe agli individui di poter disporre di grandi risorse interiori; risorse che oggi sono sempre più impoverite. L’impegno individuale, il potenziamento delle proprie risorse interne può “salvare il mondo” [14]. Ed è in questo panorama che si svolgono gli allenamenti del terzo millennio. Con individui schiacciati da problemi (mutuo, lavoro, bollette, conti …) che fondamentalmente non sono i loro, ma investono il loro modo di vivere. Chi riesce a far fronte a ciò, chi sviluppa una “resilienza”, una forza interiore prima che mentale atta a  contrastare l’inadeguatezza generalizzata, chi riesce a “ringraziare” la crisi e a tirare fuori il meglio di sé riesce ad adattarsi i maniera senza dubbio più funzionale. Supercompensa? Può essere anche questo parte del fenomeno. Non va trascurato nella programmazione di un allenamento.


Beh, un po’ di strada l’abbiamo fatta. Da un grafico che si arrogava il diritto di spiegare come organizzare l’allenamento, siamo giunti ad asserire che forse organizzare un allenamento è un qualcosa di “non-fattibile” o comunque di “poco-fattibile”, ma semplicemente si può cercare di organizzare delle attività che siano quanto più funzionali all’individuo che le pratica e quanto più puntate verso l’obiettivo che l’individuo auspica raggiungere. Mi permetto di dare un consiglio. Capisco che i consigli devono darli solo i vecchi saggi, ma vecchio lo sto diventando e quindi ho la presunzione di poter diventare anche saggio: le teorie dell’allenamento, quella classica e, anche quella moderna, vanno studiate. Alla nausea. Esiste la possibilità di utilizzare risorse solo qualche anno fa impensabili, quindi, non si possono avere scuse. Bisogna studiare. Ma, d’altro canto, l’uomo di scienza deve avere sempre, come insostituibile alleato, il dubbio. Quindi lo studio deve essere continuo, ma allo stesso tempo con la mentalità più aperta possibile. Mi piacciono le persone flessibili, nel senso di una mente flessibile, mi piacciono i cerchi e non i quadrati, mi piace chi si chiede “perché?” con l’ingenuità e la curiosità di un bimbo, ma con la testa di un adulto. In questo modo mi pongo davanti al, in questo caso, processo di allenamento. Con la consapevolezza che bisogna avere delle solide basi, ma che queste sono solamente un piccolo punto di partenza per innumerevoli strade. L’allenamento deve essere disegnato sull’atleta e con l’atleta, deve rappresentare chi lo svolge e, in parte, anche chi lo ha programmato, l’unione allenatore/atleta non può essere una dicotomia, ma deve essere l’avvicinarsi di due persone che risuonano insieme. Ecco, il consiglio migliore che posso dare è quello di cercare di vibrare all’unisono con la persona che allenate, se siete allenatori, o con il vostro trainer se siete sportivi, in questo modo si può creare un ponte tra ciò che la dice la scienza e ciò che la scienza, ancora, non riesce ad accettare.


Bisogna avere il coraggio di gridare “Il Re è Nudo!!! Il Re è Nudo!!!!”.

Siccome spero di essere un disturbatore di coscienze, lo grido: IL RE E’ NUDO!!!!!!!!!!!!


SL.A.



Bibliografia:

[1]: Preparazione atletica e riabilitazione Carli-DiGiacomo C.G. Edizioni Medico Scientifiche 2013

[2]: Allenamento Sportivo Bellotti-Matteucci ed. Utet 2004

[3]: Progettare l’allenamento sportivo Gollin-Vona Ed.Cortina 2004

[3b]: Metodologia della preparazione fisica Gollin ed. Elika 2014

[4]: Principi di metodologia del fitness Paoli-Neri ed. Elika 2010

[5]: Biologia dello sport Weineck  ed. CazettiMariucci 2013

[6]: Triathlon D’Amen-Benelli  ed. CalzettiMariucci 2002

[7]: Scienza e pratica dell’allenamento della forza Zatsiorsky-Kraemer  ed. CalzettiMariucci 2008

[8]: SdS rivista di cultura sportiva n°62/63 – Supercompensazione mito o realtà? Verkhoshanskij Y.-Verkhoshanskija N.

[9]: Strength&Conditioning rivista n° 13 – La storia della supercompensazione, tra leggenda e realtà. Evangelista P.

[10]: Teoria dell’allenamento Harre ed. Società Stampa Sportiva 1995

[11]: SdS rivista di cultura sportiva n°85 – La supercompensazione è ancora attuale? Hottenroth K.-Neumann G.

[12]: Scienza e Sport rivista n°27 – La supercompensazione e le sue falsità. Arcelli E.

[13]: Olismologia, la disciplina della sintesi Capello ed. Tecniche Nuove 2013

[14]: Tecniche di resistenza interiore Trabucchi ed. Mondadori 2014

Immagini:
L'immagine sopra al titolo ritrae Iron Cowboy James Lawrance mentre "Supercompensa" ;-) è tratta da: facet.interia.pl 

Fig.1: da bodyline.sitiwebs.com modificata

Fig2: da athleticlab.com modificata

Fig3: da allenamentofitness.com modificata