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sabato 30 luglio 2016

Natural Born Runners


NATURAL BORN RUNNERS

Corridori nati.
Un argomento che mi appartiene, potrei definirlo un mio “cavallo di battaglia”, lo studio da tempo ma ogni volta, come il primo giorno, mi appassiona e coinvolge.
In ambito scientifico se ne parla diffusamente da più di dieci anni: ( https://www.nature.com/articles/nature03052 ; http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15549097 ; https://www.sciencedaily.com/releases/2004/11/041123163757.htm ), mi piace, ogni tanto, ricordarlo e, in punta di piedi (è proprio il caso di dirlo), condividerlo.
Pianeta Terra, oltre 400 specie viventi di scimmie, tutte dotate di mani, vista stereoscopica e con un cervello tendenzialmente grande; una di quelle 400 siamo noi: abbiamo perso un po’ di selvaggia fierezza, andiamo pazzi per gli zuccheri, per il sale, per i cibi grassi, ma tutto sommato siamo ancora adattati ad una dieta diversificata, ricca di frutta e verdura, semi, noci, tuberi e carne magra. Amiamo (crediamo di amare?) il riposo, ma i nostri corpi sono ancora quelli di atleti di resistenza, evoluti per camminare molti chilometri al giorno, per correre spesso (e volentieri), per trasportare e sollevare pesi, scavare e arrampicarsi.
Stiamo vivendo quella che possiamo definire “discordanza evolutiva”, il nostro DNA non è riuscito ad adeguarsi ai veloci mutamenti dell’ambiente in cui viviamo creando così una sorta di disadattamento, che si manifesta in una crescita dell’incidenza di malattie (particolarmente malattie metaboliche). Da una parte troviamo un impoverimento nutrizionale concomitante ad un deciso aumento energetico (si introduce più energia, ma meno nutrienti), dall’altra, invece, un minor consumo energetico, dettato da una minore tendenza al movimento, non permette un’adeguata “supercompensazione” di questa energia in eccesso.
In sintesi: mangiamo molto, ci nutriamo male, ci muoviamo poco … viene da se che l’auto-definizione “Homo Sapiens” potrebbe essere stata un po’ azzardata.
Chiusa parentesi.

Si parlava di corsa. Nati per correre, dicevamo.
Innegabile come, prendendo in prestito il titolo di un vecchio libro del mai dimenticato dott. Arcelli, “Correre è bello”: è il primo vero momento di libertà, la mano del genitore lascia la nostra e, dapprima un po’ insicuri, cominciamo a prendere velocità, a sentire l’aria sulla faccia, a ridere e gridare a squarciagola; pochi metri di collaudo, un assaggio ma sufficiente per diventare indimenticabile. E soprattutto irrinunciabile.
Basta sermoni.
Sono qui per fare un po’ di pubblicità.
Ho la presunzione di “insegnare a correre”. Ecco, l’ho detto, e molti cominceranno a storcere il naso, a soffocare risatine, a fare gesti di superiorità con la mano, quasi a scacciare una mosca fastidiosa. Lasciamoli fare.
Il mio “insegnare a correre” ha un significato profondo. L’obiettivo è ritrovare un collegamento unico con la parte sopita del proprio essere: correre per risvegliare l’ancestrale passione per il movimento, correre per assecondare i primitivi desideri del nostro corpo, correre per superare le difficoltà di adattamento di un organismo catapultato fuori dal suo tempo.
Ho chiamato tutto questo “Be Natural”, perché è semplicemente un tuffo in qualcosa che “Naturalmente” ci appartiene. Non mi interessano le competizioni di corsa, anzi, come dicevo prima il pianeta podismo mi è del tutto indifferente, quello che mi preme è invece aiutare a ritrovare una qualità di movimento che sia fluidità, che si armonia, che sia feeling, che siano sensazioni vecchie, ma dimenticate.

Correre per il piacere di farlo, non per il dovere.
Correre per trascendere il tempo, non per cronometrarlo.
Correre per essere liberi e non per sentirsi liberi.
La corsa non ha poteri magici, quantomeno non più (e neanche meno) di altre attività motorie. Non scarica tensioni emotive, non aiuta ad affrontare i problemi. Quello che cambia, durante la corsa o, più in generale, quando il nostro corpo si mette in moto, siamo noi. Il nostro essere “Homo” finalmente si risveglia, quel primordiale e selvaggio benessere riprende, anche se magari solo per poche decine di minuti, possesso del nostro organismo; torniamo ad essere una cosa sola con l’ambiente che ci circonda. L’ambiente non cambia. Cambiamo noi.
La nostra fisiologia, accompagna questa cambiamento: a livello nervoso, ormonale, vascolare, muscolare, osseo …
Riusciamo ad intravedere la portata di tutto questo?
È una porta spalancata verso la consapevolezza di sé. Il Movimento (la corsa, in questo caso), inteso come suprema arte di coinvolgimento PsicoNeuroEndocrinoImmunoOsteoMuscolare (potrei andare avanti), un cambio di paradigma: non è il movimento che cambia il mio modo di essere, sono io ad essere diverso quando mi muovo; non è solo semantica, ma la certezza di poter essere in grado di riprendere il potere su di sé, naturalmente. Natural Born Runners.
Affascinante, non trovate?
Terribilmente affascinante.
Questo è il nostro programma, unisce lavoro indoor a quello all’aperto, mira a costruire solidi presupposti sensoriali, sfrutta le potenzialità dei piedi non solamente come appendice del corpo al suolo, bensì come anello di una catena che, come abbiamo visto, lavora in modo più vasto, globale.

Siamo fondamentalmente energia (“la materia visibile è soltanto la miliardesima parte della realtà” C.Rubbia), un’energia che si muove, un’energia che corre.
Ecco: sentirete quell’energia. La vostra.
BeNatural!! Settembre 2016. Palestra StileLibero.
SL.A.

venerdì 15 luglio 2016

Homo

Homo
Il passo veloce serve a occultare la mia presenza. Sfioro, silenzioso, l’asfalto, cercando di confondermi con esso. Voglio diventare completamente invisibile. Inesistente.
I pensieri vorticano imprevedibili in una testa non ancora pronta a metterli in ordine; li archivio a casaccio, promettendomi di catalogarli in seguito, promessa che puntualmente non manterrò, costruendo così una sorta di confusionaria concentrazione che, allo stesso tempo, permette lucidità e ricerca, pensiero e introspezione.
L’uomo ha costruito la sua esistenza in un ambiente ostile, perché denso di pericoli, ma fortemente nutriente, sia dal punto di vista fisico, che spirituale. Il fondersi/confondersi con la natura ha fatto sì che per milioni di anni l’essere umano (Homo), fosse anche (ancora) animale a tutti gli effetti; molte le peculiarità, ma molti anche i lati in comune con gli altri abitanti del pianeta. Mi vedo Homo Ergaster correre libero ai margini della Gola di Olduvai
“la terra arsa pizzica i miei piedi, il sole è alto, ma sono abituato, il mio corpo muscoloso è ben addestrato alla caccia di persistenza, non mi stanco facilmente; fiuto l’aria ricca di vita, di energia, guardo l’orizzonte e quei colori misteriosi mi scuotono e mi rendono felice: urlo, di gioia, ma è un suono gutturale e selvaggio quello che esce dalla mia bocca”. Uomo e animale, insieme, ma entrambi liberi.
Ora muri di cemento chiudono i miei istinti.
Ora schermi multifunzione indeboliscono le mie membra, annebbiano la mia vista.
Ora rumori assordanti ottenebrano i miei pensieri.
La storia dell’uomo è quella delle sue conquiste.
La storia dell’uomo è l’allontanamento, lento e inesorabile, dalla condizione di animale.
La storia dell’uomo è la sua evoluzione e “evoluzione” non è sinonimo di miglioramento, anzi spesso è vero il contrario.
La storia dell’uomo è la storia di un’aberrazione, di uno sbaglio, quello che l’ha reso “umano”, terribilmente perfetto e terribilmente terribile.
La storia dell’uomo è prevaricazione, sopraffazione, prepotenza.
La storia dell’uomo è arroganza, “Sapiens” per volere divino.
Rimango convinto del fatto che per riuscire ad andare avanti, la nostra specie animale, dovrà fare parecchi passi indietro, con i sacrifici che questi comporteranno.
BeNatural!! Quanto più possibile.
SL.A.

Le immagini sono tratte da:




sabato 9 luglio 2016

Punta dell'iceberg


Punta dell’iceberg
La storia della punta dell’iceberg non può non rimanere impressa. Ho un ricordo quasi terrorizzato delle lezioni di scienze alle scuole elementari, dove il maestro, abile attore drammatico, descriveva queste montagne di ghiaccio galleggianti con ampi gesti delle braccia e, abbassando il capo con consumata esperienza teatrale, dichiarava alle nostre espressioni attonite e sconvolte: “quello che vediamo è solo il 10% della massa totale del blocco di ghiaccio, la punta dell’iceberg!!! … (pausa ad effetto), il vero pericolo è quello che rimane sommerso; la parte più grande e terribile, sotto la superficie dell’acqua …” e via a raccontare, come monito, la tragedia dell’inaffondabile Titanic, trita e ritrita, ma sempre ad effetto per menti spugnose come quelle dei bambini.
Ovviamente un qualcosa dall’impatto così devastante sull’immaginario collettivo non poteva non avere un seguito, “La punta dell’iceberg” diventa un modo di dire usato spesso nella quotidianità, dal significato facilmente intuibile: “ciò che risulta visibile di una situazione, spec. negativa, e che nasconde, pur lasciandoli intuire, aspetti ben più gravi e complessi; minima parte conosciuta di un avvenimento che, in realtà, è molto più vasto e importante” (dizionari.repubblica.it; dizionario.internazionale.it).

Iniziai a lavorare in palestra con l’arroganza aggressiva dei vent’anni (o poco più), consapevole ma inesperto, preparato ma acerbo; dall’esterno sembrava un gioco, dall’interno avevo una voglia matta di iniziare a giocare.
Punta dell’iceberg.
Ripenso, ogni tanto, ai gesti esagerati del maestro che, complice una rigidità della catena muscolare posteriore (ma a quei tempi non potevo saperlo), faticava a sollevare le braccia in alto e, quell’espressione greve che induriva il suo volto, non era (forse) dettata dalla smania di descrivere la pericolosità dell’enorme parte sommersa dell’iceberg, quanto, probabilmente, dalla difficoltà vera e propria nel compiere il movimento; ma non è la cosa più importante adesso, quello che conta è come avesse ragione.
Ho imparato nel tempo, a mie spese, come la parte visibile del mio lavoro non sia altro che una “misera” punta dell’iceberg; anzi se vogliamo essere precisi il mio lavoro, quello che si interfaccia con i clienti, con i loro desideri, con i loro problemi, le loro gioie e le loro delusioni è SOLO la punta dell’iceberg, una punta piccolissima, un 10% del totale, una piccola (ma allo stesso tempo grande, proprio come un iceberg) massa galleggiante che, sorridente, occulta la maggior parte di ciò che rappresenta occuparsi del movimento delle persone. Aggiornamento continuo, ricerca instancabile, confronto costante, innovazione perpetua … la vera massa dell’iceberg “Educazione Motoria” non si vede direttamente, ma deve essere percepita indirettamente, in modo che quella punta visibile, possa essere scambiata per un gioco.
Quando mi dicono: “come vorrei fare il tuo lavoro, è divertente è facile, è immediato …” sono gratificato perché la punta dell’iceberg è bella visibile, “galleggia” bene; significa che quello che sta sotto ha radici profonde (e potenzialmente potrebbe far affondare il Titanic!).
Su una cosa, però, il mio maestro a scuola aveva torto. La parte sommersa di questo iceberg è quella più affascinante, l’unico pericolo potrebbe essere quello di perdersi in essa, ammaliati dalla sete di conoscenza, dalla voglia di sapere, dalla smania di fare sempre meglio. Niente di terribile, niente sciagure ed affondamenti, ma solo tanto impegno, piacevole impegno.
Ecco come “Punta dell’iceberg” descrive alla perfezione ciò che faccio.
Non è solo un lavoro, non può essere svolto “così, tanto per fare qualcosa” e poi andare a dormire tranquilli, deve essere un modo di vivere, deve diventare una missione.
SL.A.
Le immagini sono tratte da:
www.cim-fema.it
it.wikipedia.org

sabato 18 giugno 2016

L'Uomo che Corre ... Con il K-Way

L’UOMO CHE CORRE … CON IL K-WAY
25°.
Il sole non è fortissimo, ma l’umidità sfiorante il 90% rende la strada simile ad un piccolo inferno o, almeno, a ciò che ci hanno inculcato possa essere l’inferno: fuoco, fiamme, lava.
La falcata è sicura, il passo rapido e silenzioso, sfioro appena il terreno, il respiro appena accelerato; sono idratato bene e vestito leggero, i pantaloncini corti e la canotta aderente evidenziano il mio corpo, i muscoli guizzanti sotto la pelle tirata testimoniano che, nonostante l’età, rispondo ancora bene agli allenamenti; cerco di curarmi al meglio e direi di riuscire bene nell’intento.
Sintonizzo la concentrazione con il ritmo cardiaco, quel famigliare tum-tum tum-tum tum-tum sembra fatto apposta per scandire uno sforzo ripetuto e ciclico come la corsa: improvvisamente mi trovo nel bel mezzo di una “Jam Session”, percussioni, fiati, beatboxing, un sound indiavolato creato dal mio corpo che si muove e vive … ritmo vitale.
La musica accompagna il mio movimento, respiro, passo, cuore, respiro, passo, cuore, fino all’infinito, fino all’essenza dell’uomo, nudo ed impotente contro la natura, ma violenta parte di essa, usurpatore e sfruttatore, ma allo stesso tempo debole succube dei sui capricci. L’ondata termica sollevatasi dall’asfalto conferma queste mie oniriche elucubrazioni riportandomi alla realtà e al bisogno di trovare una fontanella in questo grigio ed opprimente deserto.
Un movimento, lontano di fronte a me, attrae il mio sguardo, un puntino rosso insignificante, tutto o nulla, forse un miraggio, forse neppure quello, immaginazione … Passo rapido una mano sugli occhi, sudo copiosamente, tanto che vorrei togliere la canotta e usarla a guisa di asciugamano, il puntino rosso è sempre laggiù, sembra oscillare, lento e pesante, ipnotico, quasi non mi accorgo della fontanella tanto quel misterioso e inquietante pendolo cattura la mia attenzione. Bevo un sorso e mi lavo il volto. Sembra di rinascere. Bagno i capelli ed osservo per qualche istante le gocce di acqua freschissima insinuarsi, quasi gareggiare, tra le striature dei muscoli delle braccia, un brivido terribilmente caldo mi attraversa la schiena.
Un presagio?
Sembra folle, ma improvvisamente avverto una strana sensazione …
Paura?
Riprendo la corsa cercando di scrollarmi di dosso quel nefasto presentimento, cerco di concentrarmi, respiro, passo, cuore, respiro, passo, cuore, ma niente, l’orchestra ormai suona un drammatico Requiem. Rallento il passo – sono solo stanco – mi dico, guardo un attimo i miei piedi, come per avere la certezza di essere ancora lì, nel reale, su quel rovente asfalto e, appena alzo lo sguardo … eccolo! Il puntino rosso è ormai una massa informe, ancora indistinta, ma dagli inequivocabili contorni. Finalmente ho capito, il peggiore dei miei incubi è, a questo punto, diventato realtà. Posso sentire i suoi occhi posarsi su di me, mi studia, mi annusa, mi irride, sente la mia paura, ormai divenuta terrore, e si ciba di essa; la sua anima, fredda come l’acciaio penetra in ogni mia giuntura e quasi mi paralizza, quasi mi inchioda al suolo.
Faccio appello a tutta la mia forza di volontà, devo resistere; sembra di correre in un forno, la mia pelle ustionata ed annerita è un ossimoro per il gelo che sento nei visceri. Continuo ad avanzare, ormai è solo inerzia, sono svuotato, non riesco a fare altro: la fine è vicina, la vedo, la sento, un ansimare animalesco, un grugnire trogloditico, un gesticolare insensato, un solo colore copre ormai la mia visuale … Rosso.
Per un istante il tempo si ferma, il mio passo leggero si affianca al suo, al mio più grande incubo: l’Uomo che Corre con il K-Way!!!!!!
Il mio è un rapido cenno con la mano, un saluto veloce e tirato, un ciao a denti stretti come fossi un ventriloquo, quasi cerco di non farmi sentire, di non farmi vedere. Con la coda dell’occhio osservo le sue braccia agitarsi incontrollate, sembra una marionetta guidata da invisibili fili, le sento ghermire l’aria al mio fianco, le sue fauci si spalancano; il suono terrificante devasta i miei timpani: “Sgiaou”, lo sputo corrosivo che segue macchia indelebilmente il selciato, il volto paonazzo rende sbiadito anche il rosso fluo del K-Way.
Un solo istante e, come iniziato, tutto finisce.
Mi ritrovo solo, sulla strada, la mia strada. Il corpo suona un Funky-Jazz dove gli strumenti, a turno, entrano a comporre il ritmo vitale: respiro, passo, cuore, respiro, passo, cuore. Guizzante supero agevolmente l’ultimo tratto che mi separa da casa.
Salvo anche oggi.
Fate attenzione … guardatevi dall’Uomo che Corre con il K-Way.
 
Spero non si sia offeso nessuno. Ho voluto “inventare” una storia e cercare di renderla ironica proprio per evidenziare come, specialmente nel campo della scienza dello sport, alcune credenze siano dure, anzi durissime a morire.
Una di queste è senza dubbio alcuno quella del “devo sudare per dimagrire” che ha, come pietra miliare indiscussa, proprio la corsa (specialmente con temperature Sahariane), in K-Way, o con pancere varie o con tute ipercoprenti ecc … Beh, inutile dire quanto sia “supercazzola” questo concetto che, oltre ad essere privo di qualsivoglia fondamento scientifico, è anche sfuggente al buonsenso … se rimango tutto il giorno con una tuta in neoprene, sdraiato nel letto, sotto una montagna di coperte mentre mangiucchio una teglia rovente di lasagne, probabilmente suderò come un porco, ma difficilmente andrò a dimagrire, anzi.
A parte le battute è evidente come il dimagrimento, quindi, non sia semplice calo poderale (perdita di peso), bensì modificazione della propria composizione corporea, quindi perdita di grasso. Sudare e non reintegrare i liquidi, oltre ad essere pratica pericolosa per la salute, mi fa vedere, sulla bilancia, forse, di pesare qualche etto in meno, ma non modifica in alcun modo la mia composizione corporea.
Correre ipercoperti può esporre a rischi non indifferenti per la propria salute, mi sembra stupido farlo. Credo che, come sempre, per ottenere qualcosa di buono dall’attività fisica sia sufficiente rivolgersi ad un professionista del settore che, sicuramente, potrà consigliare e/o aiutare a costruire un programma di allenamento che in primo luogo vada a rispettare il benessere di chi lo pratica.

SL.A.

le immagini sono tratte da:
www.vanityfair.it
ladisoccupazioneingegna.wordpress.com
www.runlovers.it
 

 

domenica 29 maggio 2016

Fatti non foste ad Allenarvi come bruti, ma per seguir Preparazione Atletica

Fatti non foste ad Allenarvi come bruti, ma per seguir Preparazione Atletica

Esperienze molto personali.
Mi iscrissi, all’allora Istituto Superiore di Educazione Fisica, nel lontano 1996, quasi ventitreenne, capellone, abbronzato. Optai per l’ISEF di Torino, soluzione probabilmente scomoda, ma di assoluto prestigio; fu un amore lento a sbocciare, quello per l’istituto, ma sostenuto da un coinvolgimento profondo ed immediato, invece, per la materia studiata: il movimento umano.
Dopo un paio di esperienze universitarie poco edificanti, sentivo e vivevo questa come un’ultima spiaggia (ecco perché mi iscrissi abbronzato, volevo partire col piede giusto), inconsapevole di quanto, al contrario, le carte in tavola possano venire mescolate ed offrire sempre parecchie mani da giocare; ma questa è un’altra storia.
Vivevo il mio rapporto con lo studio in maniera viscerale, dicevamo: mi tuffavo nelle materie teoriche e ricercavo, immediatamente riscontro nella pratica. In poche parole ero scienziato (passatemi il termine, da lì a poco, i sempre più compianti ISEF sarebbero stati trasformati nelle Facoltà di Scienze Motorie), ma allo stesso tempo ero cavia: probabilmente un metodo piuttosto efficace per ottenere un riscontro immediato, un feedback, come i fighi dicono adesso, su ciò che intendevo sperimentare.
Due erano i filoni di studio che più mi intrigavano, quella che veniva chiamata “Ginnastica Correttiva”, un nome che potremo modernamente assemblare alla rieducazione funzionale e all’attività motoria adattata e, soprattutto, “Teoria e Metodologia dell’Allenamento”, i presupposti teorici (e qualche volta anche pratici) alla preparazione atletica (o preparazione fisica, come si preferisce dire adesso).
In questi venti anni, oltre a maturare parecchie altre esperienze di studio (università, corsi privati, master monotematici, Osteopatia, ecc …), ho continuato ad approfondire queste mie “prime passioni”, rendendole intanto una professione, ma soprattutto, cercando di farle mie, di interpretarle personalmente e codificarle, se possiamo dire così, a mia immagine … “Si insegna e si può insegnare solo quello che si è”, dicevano i saggi, questo è quello che cerco di fare, trasferire quello che sono e quello che ho imparato (e che continuo ad imparare) in ciò che voglio trasmettere agli altri e che gli altri vogliono ricevere da me.
Prosegue così questa mia ricerca, uno scambio continuo, dove la crescita comune è l’obiettivo finale.  Veniamo alla preparazione atletica.
Quando ho iniziato ad allenare sportivi per compiere una prestazione fisica, perché di questo stiamo parlando, ero molto scolastico; e fiero di esserlo. Ero tutto tabelle, soglie, percentuali e cardiofrequenzimetro: test, risultato, interpretazione, tabella, test. Non si usciva dal seminato e, tutto sommato, anche i risultati venivano fuori. L’impostazione universitaria e anche i corsi frequentati si discostavano poco da questo paradigma, così anche i libri, i testi sacri sulla metodologia dell’allenamento.
Molto bello, ma molto poco soddisfacente, almeno per me.
Iniziai così ad allontanarmi da questo tipo di lavoro, se allenare una persona a dare il meglio era questo, non faceva al caso mio; da buona anima inquieta cercavo molto di più e, parlando sinceramente, tra attività in  palestra e studio gli impegni erano già tanti che, potevo fare a meno di allenare. Non abbandonai, però, l'interesse per la metodologia, anzi, imparai a studiarla, imparai a leggere tra le righe e, a pormi delle domande diverse, a chiedermi se la performance non possa essere qualcosa in più, o almeno qualcosa di diverso dal mero risultato di un’operazione matematica, da una percentuale di carico, o di frequenza cardiaca; inizia a prendere forma in me una nuova idea di allenamento, che matura e cresce, adesso, in Stile Libero.
Quest’anno ho ricevuto parecchie richieste come “preparatore atletico”; la cosa mi ha stupito parecchio, primo perché non mi definisco tale (o almeno non tengo a definirmi tale), secondo perché cerco di rimanere fuori dalle logiche dello “sportivo amatoriale, però vorrei vincere, sono disposto a tutto, vorrei allenarmi come un professionista, non vinco perché gli altri si bombano”, terzo perché, come ho detto prima, in passato ho spesso rifiutato (vedi anche secondo motivo) le richieste pervenutami e, in un ambiente piuttosto inflazionato da semi-guru internet-prodotti, da ex-atleti “tu non sei nessuno”, pseudo-preparatori “tu fidati di me, ho lavorato con i migliori”, si esce presto dal giro.
Ho, invece, cercato di costruire delle esperienze molto personali nell’ambito della mia palestra, offrendo quella “preparazione atletica” in maniera poco invasiva, poco da copertina, bramando delle vere e proprie sfide, delle scommesse su cui investire la mia professionalità e poter così ampliare un bagaglio di conoscenza, condividendo delle esperienze che, obbligatoriamente, devono essere formative per l’allenato, ma anche per l’allenatore. Obiettivo? Non creare atleti migliori, questa diventa una conseguenza, ma “persone” migliori (cercate di capire …); il lavoro diventa globale, il lavoro si disegna sulla persona e non su alcuni parametri di essa (come avviene nelle preparazioni “classiche”). Probabilmente questo ha pagato, non so, oppure è stato solo culo, sta di fatto che mi trovo, come vi raccontavo prima, a dover gestire parecchie richieste di allenamento.
Vedremo cosa succederà.
Intanto ho una schiera di fedelissimi atleti, per i quali sono il "Coach" e, insomma, la cosa mi rende fiero, perché, come dicevo, lo scambio è veramente totale, anzi, più che insegnare qualcosa, imparo.

Spero di avervi, almeno un pochino, incuriositi.
Mi trovate in Palestra Stile Libero … fatti non foste ad allenarvi come bruti, ma per seguir preparazione atletica !!!
SL.A.
Le immagini sono tratte da: 
dailycrossfit.blogspot.com
www.melty.it

domenica 24 aprile 2016

Quando l’Allenamento Funzionale … non funziona

Quando l’Allenamento Funzionale … non funziona
Ad un ascolto superficiale potrebbe essere definita confusione.
La musica attacca le casse con una bordata di “TriNitroToluene” targata ACDC, un missile a scuotere le fondamenta che, senza mai stancarsi, sorreggono i vitalissimi 200 metri quadri di Palestra StileLibero in una serata primaverile qualunque; clangore di spade che cozzano (una visione romantica del suono squillante di bilancieri e manubri) accompagnate da trogloditici grugniti e da mantici sbuffanti sono il fragore che contrasta il poderoso suono emesso dagli altoparlanti.
Quello che si sente non può essere chiamato semplicemente rumore. È qualcosa in più, un rituale, un liturgico susseguirsi di azioni (più o meno pensate) che definiamo allenamento.
Tutto scorre normalmente: vedo i volti sudati, le espressioni vacue che sfidano i bilancieri, il ritmico rimbalzare delle palle mediche, i salti, gli scatti, la corda che ruota veloce e sibilante, i successi ed i piccoli fallimenti, corpi che si muovono e corpi che si fermano … fino a quando una vocina sottile, ma terribilmente aguzza sfonda i miei timpani: “Faccio questo perché è funzionale”. Un brivido bollente corre lungo la mia colonna vertebrale, il tempo rallenta tipo Matrix, quando Neo schiva le pallottole (lui si che era funzionale), mi volto e vedo un accartocciamento di braccia e gambe, arrotate sopra una fitball mentre cercano di muoverla , troppo grande la palla o troppo corte le gambe, o forse entrambe le condizioni, non è quello il problema principale.
“Cosa stai facendo?”
“Boh, l’ho visto fare da una tipa su Instagram. È allenamento funzionale”
Soffoco un conato.
Sorrido.
Il tutto contemporaneamente.
“Quindi non hai idea di ciò che stai facendo.”
“Sento un po’ male dappertutto, poi la tipa, Una Modella (sottolineato con enfasi), aveva un gran fisico; è funzionale, quindi funziona”. Alzata di spalle come dire – cazzo ne capisci tu – .
Sgrano gli occhi.
RiSoffoco il conato.
RiSorrido.
Ancora tutto in contemporanea. Mi sto specializzando.
“Ok, senti, ti spiego”.
Una scena che con varie versioni, purtroppo, si ripete spesso.
Allora partiamo da ciò che ritengo possa essere “Allenamento Funzionale” e poi vediamo di capirci qualcosa.
L’Allenamento Funzionale è una qualsiasi modalità di allenamento (e ci tengo a sottolineare qualsiasi, con buona pace di tutti i Crossfitter de no’artri) utile ad implementare la capacità di svolgere le attività fisiche quotidiane, lavoro o sport che siano, utilizzando un approccio globale al condizionamento o, eventualmente, alla rieducazione o riabilitazione post infortunio.
Si, capisco, come al solito provare a dare delle definizioni a qualcosa di così complesso è impresa titanica e di sicuro insuccesso, ma se non altro, mette qualche piccolo paletto a ciò di cui stiamo parlando.
“ Tutto è funzionale, nulla è funzionale, è il programma che rende l’allenamento funzionale”; provando a parafrasare Paracelso (tutto è veleno, nulla è veleno, è la dose che fa il veleno), scopriamo una parola importante – programma – evidenziando così come l’allenamento funzionale non sia una sommatoria di movimenti più o meno stravaganti (you tube docet), bensì lo studio e la creazione di una ben precisa strada da seguire, disegnata sulle esigenze, sulla struttura, sul modo di porsi, sui desideri, ecc … dell’utente che stiamo allenando.
I “sacri testi” evidenziano delle linee guida per la costruzione di un programma di allenamento funzionale [1]:
Ø  Definizione di un obiettivo
Ø  Valutazione
Ø  Ricerca di stabilità e del bilanciamento muscolare
Ø  Ricerca di mobilità e dell’arco di movimento utile
Ø  Ricordo dei 7 movimenti primordiali (ogni movimento che il nostro corpo è in grado di compiere può essere scomposto in uno o più movimenti fondamentali: accovacciarsi, inginocchiarsi compiendo un passo avanti, spingere, tirare, chinarsi, girarsi, camminare o correre (o qualunque forma di andatura terrestre)
Ø  Ricerca di adeguati livelli di forza e potenza
Ø  Integrazione di tutti gli elementi
Ecco come l’allenamento funzionale prende vita in maniera più precisa, esulando da improbabili video dove il belloccio di turno asseconda i desideri della cyber-folla esibendo evoluzioni degne del Circo Togni, ma funzionali come un dito in un occhio. Nulla da stupirsi, i Freak Show hanno sempre attirato e continuano a farlo, evidentemente, numeroso e festante pubblico.
Viste le linee guida diventa interessante anche delineare le basi del programma di allenamento funzionale [1-2]:
Basi: core (enfasi su esercizi che attivino o meglio, pre-attivino, la muscolatura profonda, migliorando la connessione tra “estremità superiori” ed “estremità inferiori” del corpo, evitando sprechi di energia e consentendo la trasmissione del carico attraverso il sistema), postura dinamica, equilibrio (e disequilibrio), trasferimento dell’energia (attraverso il core, tra “sopra” e “sotto” e viceversa), gravità, tridimensionalità.
Viene da sé come la proposta di esercizi possa dunque arricchirsi di peculiarità. Porre enfasi sul core, su l’esecuzione di movimenti multiplanari e multiarticolari compiuti a diverse velocità e in condizioni di precario equilibrio utilizzando gli arti in maniera asimmetrica e ricorrendo a schemi motori “incrociati” (il core punto di torsione di uno schema motorio incrociato spontaneo come la corsa, per esempio) acquista come obiettivo ultimo la ricerca di rendere allenabili e adattabili tutte le componenti della performance, per tutti i tipi di performance. Differenziare ogni intervento per ogni persona: allenare la funzionalità dell’atleta e quella della signora che vuole portare senza soffrire le borse della spesa, ad esempio; esigenze diverse, ma obiettivo finale unico, essere più “performanti” in ciò che si vuole fare; specificità, ma allo stesso tempo multilateralità di proposte, per ampliare il più possibile il patrimonio motorio e, quindi, le situazioni allenanti. Il concetto di funzione utilizza quindi un approccio integrato, opposto ad “isolato”; allenare secondo la funzione significa allenare con variazioni per ottenere un obiettivo specifico sfruttando così la “saggezza” del corpo [3]. Costruire allenabilità e non solo allenamento [1], per garantire possibilità di progredire e favorire una migliore connessione corpo – mente (respirazione, controllo, precisione, concentrazione).
Detto ciò vediamo come perdono un po’ senso tutti i vari corsi di “Funzionale” che prendono misteriosamente (magie del marketing) vita nelle palestre. Proporre una routine di esercizi ad un gruppo eterogeneo di persone può essere utile, forse, a livello generale (stato di forma, benessere), ma smarrisce l’obiettivo per il quale è stato costituito: l’Allenamento Funzionale … NON Funziona.


Così come perdono un po’ di ragione d’essere quelle discipline (qualcuno li chiama sport …) nate da un’estremizzazione del Functional Training, il CrossFit per esempio (notate come sono passato a terminologie anglofone, per non stonare citando il CrossFit ;-) ), dove l’esecuzione fine a se stessa (e il mega giro di parole al vento ad ingigantire il business legato ad un marchio) predomina decisamente sulla qualità del movimento sulla specificità dello stesso e sull’individualizzazione del programma. Tutto fuorché “Functional”, insomma.
Torniamo a noi.
Allenare è difficile.
Processo creativo su base scientifica, che richiede fantasia ed entusiasmo. Questo vuol dire allenare. Dietro ad ogni allenamento ci deve essere un pensiero, una riflessione, una serie di domande alle quali l’allenamento stesso deve essere la risposta. Od il tentativo di risposta.
La bellezza nell’affrontare la costruzione di un programma di allenamento è la sfida che esso propone. Significa inserirsi (empaticamente parlando) nella vita di un’altra persona e da questa provare a tirare fuori il meglio (educare – e-ducere, condurre fuori), che sia un triathlon IronMan o semplicemente salire le scale senza fiatone, che sia disegnare un fisico possente e muscoloso o un cuore e una mente capaci di sopportare ore di corsa nei sentieri. Questo è allenare; i giocolieri del web li lasciamo roteare i loro sacchi di sabbia o sollevarsi in verticale sul dito indice come Kenshiro, non ci interessa. Noi apriamo i libri, mettiamo in pratica, studiamo, leggiamo, ci muoviamo, facciamo muovere, possibilmente sempre sorridendo, perché vivere è un regalo che merita un sorriso.
Non fermatevi alle apparenze, come sempre l’informazione non è conoscenza.
SL.A.
Prima che una persona studi lo Zen,
i monti sono monti e le acque sono acque; dopo una prima occhiata alla verità dello Zen,
i monti non sono più monti e le acque non sono più acque.
Dopo l’illuminazione, i monti tornano a essere monti e le acque a essere acque.
Detto Zen

Bibliografia:
[1] Muovere l'allenamento - Alberto Andorlini - Ed.Correre 2013
[2] Avanzamenti nell'allenamento funzionale - Michael Boyle - Sandro Ciccarelli editore - 2012
[3] Lo sviluppo atletico - Vern Gambetta - CalzettiMariucci ed. - 2013
Immagini:
Pagina Facebook: Sognatori che affollano le palestre a giugno in cerca di miracoli

lunedì 4 aprile 2016

Chi ha paura del Lupo cattivo? (Ovvero ... troppa concorrenza fa perdere la riverenza)


Fondamentale si tratta di mancanza di sicurezza. O di autostima. O di entrambe. Non lo so, nemmeno mi interessa troppo, ma è piuttosto tediante e parlo in generale, vedere una categoria professionale messa alla berlina o sotto accusa in maniera continua solo ed esclusivamente per minare la qualità del lavoro altrui.
Entrando nello specifico, parlo della qualità del mio lavoro, purtroppo per molti dei miei "concorrenti", alta qualità, prima che accademicamente garantito.
Sinceramente la cosa mi inorgoglisce anche un po'... La mancanza di argomentazioni che esulino da mera condivisione di selfie o glutei prominenti denota una povertà di contenuti che rende risibile ogni commento; certo, me ne rendo conto, non c'è bisogno di scrivere, ma ogni tanto ritengo sia importante evidenziare il vuoto che pervade chi ti ritiene "concorrenziale" (non tutti, ovviamente, per qualcuno nutro profonda stima e, naturalmente, sono esclusi dal presente scritto) se non altro per ricordare che, pur non vivendo un'esistenza social (preferisco di gran lunga quella sociale), non sono completamente avulso da ciò che mi circonda e nemmeno disposto ad annullare il mio modo di essere professionale per uniformarmi al piattume imperante.

La cosa in parte inorgoglisce, dicevo, proprio perché è uno sventolare bandiera bianca, una resa incondizionata che sembrerebbe dire:" Non sono all'altezza, non posso competere, provo a tirare un po' di fango qua e là, tanto è pieno di capre che se le bevono tutte, magari mi va bene"; da un altro lato, però, mi infastidisce; per ovvi motivi personali, ma soprattutto perché siamo arrivati al punto di non investire più sulle proprie competenze, ma screditare (o provare a farlo) quelle degli altri. Il modo più veloce per umiliare l'essere umano: non lavorare per migliorarsi, per evolvere, ma concentrarsi su quel poco che si è, senza il benché minimo desiderio di mettersi in gioco. Insomma, sperare che tutti facciano schifo allo stesso modo.
Beh, con buona pace di voi condivisori internauti folli, io a questo gioco non partecipo e, che vi piaccia o meno, continuerò a dare il meglio, poco o tanto che sia.
Sono assolutamente convinto che siano i particolari a fare la differenza e, mai come oggi studiare e' uno di quei particolari. L'informazione non è conoscenza, lo dico sempre, ma la disinformazione o l'informazione alterata possono fare danni immani.
Est vera felicitas felicitate dignum videri: Riconoscersi degni di essere felici, questa e' la vera felicità


SL.A. Lupi, ma non troppo cattivi