Wikipedia

Risultati di ricerca

venerdì 25 marzo 2016

Paradossi

Paradossi
"Devo chiederti una cosa".
"Dimmi ...".
"No perché sai, ieri ho parlato con un mio collega, sai e' uno che corre, e mi ha detto ...".
Gli occhi si dilatano dal terrore, il volto si contrae in una smorfia raccapricciante, il sudore crea un bollente brivido algido lungo la schiena, la saliva si azzera, non riesco neppure ad urlare, paralizzato da un'ancestrale paura ... Il più grande incubo di ogni professionista si manifesta alle ore 19.30 di una qualunque serata primaverile: La BroScience!!!! Letteralmente "la scienza del fratello", ma anche del Cuggino (mi ha detto mio cuggino che una volta e' morto ... Cit. Elio e le s.t.), dell'amico, del collega. La scienza del sentito dire, insomma.

 
"Oh, bene, dimmi allora, cosa ti ha spiegato il tuo collega?" Sorriso di circostanza.
"Beh, che devo correre 3/4 volte alla settimana per non infortunarmi, altrimenti mi faccio male".
-Risparmio la storia clinico/sportiva del soggetto in questione-
"Oddio, non funziona proprio così, soprattutto nel tuo caso, anzi, probabilmente e' vero il contrario".
"Eh, ma io ho provato, ho corso tre volte questa settimana, e oggi ho un male cane al ginocchio".

Il fumetto si forma spontaneo in testa: "Bravo coglione", ma dalla bocca, inspiegabilmente esce: "dai, poi il ginocchio lo guardiamo, questa sera allenati solo sopra e vediamo come va".
"Continua a fare come ti ho detto, corri in paio di volte a settimana, una volta breve e "veloce", una volta un po' più lungo, ma più lento; concentrati sul lavoro dei piedi (strano, si corre con quelli, ma nessuno ci pensa mai), poi ottimizza l'allenamento settimanale lavorando sulla parte centrale del corpo, irrobustendo la muscolatura carente e stimolando le tensioni, vedrai che i miglioramenti arriveranno ... Mica devi fare le olimpiadi!".
"Ah, ok. Sarà".
A quel punto immagino una scena da "Santa Inquisizione" e invento decine di torture e punizioni corporali; probabilmente mi compare un ghigno sul volto.
"Cazzo ridi? Sono un coglione vero?"
"Ahahahah no!! Devi fare esperienza, ma un po' coglione lo sei".
Tralasciando le spinte ossessivo-compulsive all'allenamento, tralasciando l'ondata egocentrico-condivisiva dei social network, rimane un deludente vuoto dove ti accorgi di parlare al vento.
La complessità del movimento, indistruttibile fragilità del corpo umano, le mirabolanti connessioni del sistema nervoso e tutta la sfera che circonda l'identità dell'uomo meritano più rispetto che la lettura di una rivista divulgativa, che la visione di un video su youtube, che la squallida scienza del sentito dire della quale tutti si innamorano, forse proprio perché evita di pensare e, in quest'epoca di cervelli obnubilati, non pensare fa tendenza.
Ha sempre ragione la saggezza Indiana:

- Coloro che hanno un piede sulla canoa e un piede sulla barca stanno per cadere nel fiume - Tuscarora.
L'informazione non è conoscenza.

SL.A.  
Le immagini sono tratte da:
josephagu.com
ingrainedtotrain.com 

giovedì 24 marzo 2016

Confirmation Bias - Supercazzole un tanto al chilo

Confirmation bias
Supercazzole un tanto al chilo.
Vi ricordate il film "Amici Miei"? Un superlativo Ugo Tognazzi si esibiva, per deridere, confondere e fregare i propri interlocutori in particolari giochi di parole associando vocaboli veri a stramberie divertenti: "Sbiriguda, come se fosse antani, terapia tapioca la supercazzola prematurata a destra". Il tutto veniva pronunciato velocemente e con enfasi sulle parole reali, in modo da inebetire i già sufficientemente ebeti interlocutori. Tutto sommato quella splendida trilogia cinematografica precorreva i tempi delle moderne supercazzole internaute delle quali, spesso e volentieri, i navigatori del web cadono vittime inconsapevoli. L'obiettivo di fregare il prossimo è lo stesso; senza dubbio c'è meno simpatia e, il più delle volte, sono i moderni guru della salute che, più o meno consapevolmente, si esibiscono in queste tecnologiche supercazzole. Il processo più usato e' quello del "Bias di conferma", ovvero ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione e quindi attribuire maggiore credibilità a quelle che confermano le proprie convinzioni od ipotesi e, viceversa, ignorare o sminuire quelle che le contraddicono (Wikipedia.org). Il giro di bufale che rumina sui social network e' una moderna supercazzola costruita ad arte a suon di "Confirmation bias".
Poco importa se il proprio pensiero contiene dei concetti reali, interessanti o possibili, il metodo per manifestarli è una truffa perché non crea contradditorio, perché non lascia spazio al dubbio e perché, spesso, è costruito su informazioni in parte false o falsate. https://www.youtube.com/watch?v=_9MTJw5ctVE Divertiamoci un po' e ricordiamoci sempre che l'informazione non è conoscenza. SL.A.

Le immagini sono tratte da:

domenica 14 febbraio 2016

IL CROSSFIT (MI) FA SCHIFO (Pensieri, architettura del movimento, mascelloni squadrati, un bel sorriso e … torsi nudi vs magliette)



IL CROSSFIT (MI) FA SCHIFO

(Pensieri, architettura del movimento, mascelloni squadrati, un bel sorriso e … torsi nudi vs magliette)

I pensieri sono arrivati fulminei.

Passeggiata: due passi, frettolosi, ma non troppo, sotto una pioggerellina insistente, ma per nulla fastidiosa, in una città che non mi appartiene, su strade rettilinee solcate da innumerevoli vetture sfreccianti a velocità sostenute, incuranti del mio passo, incuranti del mio muovermi, incuranti delle strisce pedonali e dei miei tentativi di attraversamento. Devo ammettere che i pensieri hanno avuto un istante di tregua, durante il quale è emersa la parte rettiliana della mia personalità che, in oxfordiana maniera, ha manifestato il proprio disappunto. Ma questa è stata solo una piccola parentesi. Sto crescendo.

I pensieri hanno ripreso il loro fluire e …

Partiamo da circa trent’anni fa. Un viaggio nel passato, un tuffo in un ieri decisamente altra epoca.

In una ipotetica “scala del tempo” trent’anni sono meno di un’inezia, una virgola in un’enciclopedia, un granello di sabbia in una spiaggia, una candela luminosa persa in un cielo stellato.

Questi trent’anni, però, hanno un peso enorme. Un battito di ciglia che lascia il segno,anzi. Un segno. Indelebile.

Andiamo con ordine.

Siamo nella prima metà degli anni ottanta, i famosi, famigerati, rampanti e dirompenti anni ottanta. Non voglio fare un excursus storico, ma dopo la terroristica, disperata e, per certi versi commovente rincorsa del decennio precedente, anche l’Italia si accorge di un mondo che prova lentamente a cambiare, accodandosi, a modo suo, al cambiamento.

Una caratteristica fondamentale di “quegli anni” (uhm, sto iniziando con le frasi da vecchio) per noi ragazzini di provincia era il “Movimento” (ehi!!! Niente politica, noi “ci si muoveva”). Si, scritto con la maiuscola perché, con tutta probabilità, siamo l’ultima generazione che ha vissuto liberamente la strada, intendendo con questa accezióne, un misto di cortili, giardini, vie più o meno pubbliche, piazzali, posteggi e quant’altro potesse contenere quel primordiale ed irrefrenabile desiderio di moto.
Non scendiamo in particolari, ma molti di noi hanno costruito solidissime fondamenta motorie semplicemente giocando e muovendosi all’aria aperta. Ed era muoversi veramente. Correre, saltare, rotolare, sollevare, strisciare, tirare e spingere, calciare e lanciare, in piedi, seduti, sdraiati, a testa in giù. Ricordatevi questi “Movimenti” li ritroveremo più avanti; in ambito motorio vengono chiamati “schemi motori di base”, ed è facile intuire il perché. Servono per costruire, consolidare, formare, far crescere, abilità motorie più complesse, una motricità più efficiente. Interessante, vero?
Ma torniamo a noi.

Nelle interminabili ore passate in cortile, interrotte spesso e volentieri da assordanti urla tipo “Nightmare” di genitori alla finestra, pronti a richiamare all’ordine noi scavezzacolli sporchi e sudati, si giocava anche a pallone. Come dimenticarlo? Due pietre, due maglie, due alberi o anche due auto posteggiate facevano da porta, i portieri erano spesso “volanti” (un misto tra portieri, difensori e attaccanti) e le partite non avevano tempi di gioco, spesso si arrivava “ai 10” (numero di goal) e poi si cambiava squadre. Avvicinandosi alla bella stagione, era usuale che per dividere le due squadre ci si affidasse al mitico “torsi nudi vs magliette”. Un team toglieva la maglia e giocava a petto nudo. Ah, che meraviglia. La sensazione di libertà era totale, mica si guardava il fisico, mica si “condivideva”; l’unica cosa in comune era la bottiglia dell’acqua, riempita alla fontana più vicina.

Che figata giocare con i “torsi nudi” (che spesso venivano chiamati – dorsi nudi – complice una sempliciotta e bonaria ignoranza).
Queste erano le nostre giornate: scuola, compiti (per chi li faceva), cortile (spesso poi c’era anche allenamento dello sport prescelto, nuoto, karate, calcio, atletica … io li facevo tutti). Mi ricordo anche quando “inventammo” delle nostre Olimpiadi, con tanto di medaglie di cartone con scritto sopra – Oro – Argento – Bronzo – e via a sfidarci in improbabili prove come sollevamenti di tronchi, lanci di pietre, corse su distanze dalle bizzarre misure (massima velocità fino allo stop), arrampicate sui lampioni … Dei decatleti in erba.
Da tutto questo si può capire come, molti di noi, sono stati brillanti architetti nel disegnare la motricità del proprio corpo. Eh già. Immaginate una palazzo fatto di tanti piani. Ogni piano ha delle finestre più o meno grandi dal basso, finestre enormi, fino in cima, finestre più piccole. Ecco, quel palazzo sono le capacità motorie acquisite in una vita: chi compie movimento da piccolo avrà dei finestroni belli grandi ai piani bassi; se manterrà la passione per l’attività fisica continuerà ad arricchire di finestre tutti i piani, fino alla vecchiaia. Viceversa, chi inizia a muoversi tardi, avrà le sue finestrine in alto, ma i piani bassi saranno oscurati. Non è difficile capire quale palazzo sarà più luminoso, vero? Muoversi in tenera età, specialmente in maniera multilaterale, può aiutare a disegnare (insieme a molte altri parametri) il “palazzo motorio” più luminoso e maestoso possibile. Sono una condizione necessaria, ma non sufficiente. Ma necessaria.

Come arriviamo al CrossFit?

Da come la vedo io, il passo è breve. Vediamo di renderlo comprensibile a tutti.

Accendete il pc – ah ok, l’avete già fatto, evidentemente – digitate <<Crossfit>>  su un motore di ricerca qualsiasi e avete idea (se mi state leggendo per compassione e non sapete di cosa sto delirando) di cosa stiamo parlando: Corpo perfetto: Allenamento Crossfit; Crossfit lo sport del fitness; Welcome to Crossfit (dimenticavo la lingua, obbligatorio parlare inglese, molto “ammericheno”, slang … fa curriculum); Box Crossfit (io pensavo che il box fosse un garage …  che sfigato) ed un sacco di amenità del genere. Ma non è questo che conta, ma la quantità di link che richiama questa “parola”, video, informazioni, contatti. Una vera e propria tendenza.

Nelle mie varie farneticazioni mentali riguardanti l’attività motoria mi sono spesso interrogato sul perché di questa novità, sul perché di questa esplosione, sulla funzionalità o meno di questo programma di allenamento che, comunque, esiste come tale dal 2000 (www.wikipedia.org ). Guardando i vari punti che contraddistinguono questa tipologia di allenamento, salta agli occhi una cosa interessante, il WOD (Workout Of the Day – Allenamento del giorno … ve l’ho già detto “maccherone m’hai provocato e mo’ te magno”) 

allenamento che ogni crossfitter (praticante), trova affisso quotidianamente sulla white board (lavagna bianca) nel box (palestra). Al di là del ridicolo “tu vo’ fa’ l’americano”, l’idea di variare spesso gli stimoli allenanti è sicuramente brillante e, comunque inevitabile, visto che la disciplina in questione promette di poter sviluppare: forza, resistenza cardiorespiratoria, resistenza muscolare, flessibilità, potenza, velocità, coordinazione, agilità, equilibrio, precisione (www.wikipedia.org ). Insomma, si capisce perché per i “crossfitter” è diventato quasi come una religione, perché in effetti promette un paradiso motorio, raggiungibile solo ed esclusivamente con un comportamento integerrimo nel box, sacrificio, determinazione ferrea, rinunce e ricompense eucaristiche; un atto di fede, insomma. Però, se guardo con attenzione, il tutto mi ricorda qualcosa. Mi ricorda quei pomeriggi anni ottanta, dove gli allenamenti del giorno erano creati in cortili e giardini e non avevano nomi impronunciabili ed incomprensibili, ma il cuore di ragazzi che nel movimento trovavano una via di fuga, un sogno da raggiungere, un modo per realizzare sé stessi, e non l’emulazione del mascellone ammericheno di turno.


Ma l’euforia crossfit non può essere solo questo.

Dal mio punto di vista è un’esasperazione di qualcosa di “sano”, di utile, di valido. Quello che abbiamo definito “Allenamento Funzionale” (trovate alcuni post in queste pagine http://www.stileliberoacademy.blogspot.it/search/label/Allenamento%20Funzionale) in breve: la costruzione di un programma di allenamento che oltre a donare “performance” (e prendete questo termine veramente tra virgolette), possa offrire funzione, cioè spendibilità nel quotidiano.

E come tutte le esasperazioni … attira; crea un meccanismo mentale tale da rendere il praticante, nel proprio immaginario, una sorta di epico eroe che, senza macchia e senza paura, sottopone il proprio corpo (spesso inadeguatamente preparato) ad una sorta di dodici erculee fatiche. Da qui a idealizzare mitiche figure (mascella trofica munite) da imitare,è un attimo. I social network, ovviamente, fanno il resto, “mondovisionando” allenamenti, esercizi, tutorial esecutivi, gare, imprese e qualunque altra cosa possa essere utilizzata per mitizzare ulteriormente la disciplina. Se poi ci mettiamo i mega sponsor (ammericheni pure loro), una goccia di psicologia motivazionale che non guasta, un marketing efficacissimo, gare costruite ad hoc (dove praticamente partecipi da casa, perché poi alle gare vere e proprie non ci puoi andare), ed un certo innegabile fascino che tutto ciò che è USA derivato possiede, abbiamo la ricetta magica.
Non è tutto oro ciò che luccica. E non luccica neanche il Crossfit, benché vogliano farcelo credere. Non tanto per l’idea di base che, come ho già accennato, ha anche alcuni punti validi, quanto per la realizzazione, spesso confusa e raffazzonata. A partire dall’esecuzione degli esercizi; bisogna finire il circuito nel minor tempo possibile, inevitabilmente l’esecuzione tecnica si sporca, allora rendiamo “valide” proprio le esecuzioni sporche (kippate come si dovrebbe dire in gergo moooolto figo), trazioni kippate, stacchi kippati, slanci kippati e così via, fino a kippare qualunque cosa (chissà se la merenda la kippano), basta finire in fretta (e possibilmente postare la foto), fino ad arrivare all’organizzazione degli stessi che, nell’euforia del sempre di più, a volte diventano vere e proprie prove di sopravvivenza. Ma il problema in fondo non sarebbe nemmeno questo, o comunque non sarebbe il principale; in questa festa del tutto super veloce, difficile e molto ammericheno, ci sono le persone; quelle persone che, in grossa percentuale hanno le finestre dei primi piani non chiuse … sigillate. Così trovi novelli Yuri Chechi che cercano in maniera imbarazzante di imparare la verticale (tutorial video ammericheno o … amico crossfitter che la sa lunga), pur non avendo interiorizzato alcuni passaggi di base per poterla fare. Prima o poi riusciranno a stare in posizione per qualche secondo, ma a che prezzo? O quelli che cercano invano di saltare la corda, finendo spesso con le gambe martoriate da scudisciate degne dell’inquisizione (eh, ma dobbiamo imparare i “duble under” – un salto due giri di corda –) e, non in ultimo, le alzate olimpiche, vero cavallo di battaglia del Crossfit da condivisione social. Eh si. Il Crossfit è riuscito nell’impresa (diamogli merito) di risvegliare da un agonizzante coma “elitario” le alzate olimpiche (strappo, slancio e varianti sul tema … dimenticavo snatch e jerk; ammericheno) facendole passare per una cagata che si impara in quattro lezioni, anche se poi magari non hai mai fatto un esercizio propedeutico serio (squat e stacco in primis), quando invece per padroneggiarle adeguatamente serve applicazione e specializzazione duratura. Ma dimenticavo … ci sono le lezioni “On ramp”; l’introduzione al Crossfit. Praticamente paghi (salate) un tot di lezioni (6 – 8 in genere) dove ti vengono insegnati alcuni movimenti base della disciplina.
Copio ed incollo da un famoso box Crossfit:

Se ti riconosci un una delle seguenti descrizioni, allora il programma “on-Ramp” è quello che ti serve:

Vuoi iniziare un programma di allenamento e di attività fisica per migliorare il tuo fitness

Hai fatto attività fisica o praticato uno sport in passato ma sei inattivo da molto tempo

Svolgi regolarmente un’attività fisica o pratichi uno sport ma non hai mai fatto CrossFit

Hai già fatto CrossFit ma non ti alleni più da molto tempo.

Pratichi CrossFit regolarmente e cerchi un Box attrezzato in cui allenarti insieme ad altri

Vuoi migliorare la pratica del CrossFit ed essere seguito da Trainer Certificati

Il programma “On-Ramp” è costituito da 6 lezioni nelle quali imparerai tutti i movimenti fondamentali del CrossFit ed altre utili tecniche che ti serviranno per completare i tuoi WOD in sicurezza e con la massima efficienza. Nel programma “On-Ramp” imparerai, tra l’altro, ad eseguire correttamente:

Deadlift

Clean

Squat

Front Squat

Overhead Squat

Press

Push press


Fenomeni davvero. Lasciamo perdere il sermone mennonita che ti servono per indorarti la pillola del costo delle lezioni (che per pudore non ho messo), ma sono fenomeni.  Non sono ironico. Se in sei lezioni insegnano (e per insegnano intendo che gli allievi le imparano) le tecniche di tutti questi esercizi. Che dire, chapeau!!!

Non voglio prendervi in giro. Il titolo è stato volutamente provocatorio, così per attirare l’attenzione. In effetti il Crossfit non mi fa proprio schifo, ma tutto sommato, quasi. Detesto tutta la macchina commerciale che ha messo in moto, detesto questo tutto e subito, tutto iperveloce e tutto fatto un po’ così, anche se non proprio ben fatto va bene o stesso (un po’ come questi anni che stiamo vivendo, in fondo), detesto l’aura da Homo Superior che avvolge i praticanti (faccio di tutta l’erba un fascio per fare prima, chiedo scusa in anticipo), detesto il “Tu vuò fa’ l’Americano” a tutti i costi, detesto le promesse di un’efficienza fisica funzionale (a cosa non si capisce e soprattutto non si capisce perché superiore ad altri programmi di condizionamento), detesto il vogliamoci bene, il box è una famiglia (non è vero, la famiglia è a casa, magari per andare al box ad allenarsi con i mascelloni, avete lasciato i bimbi dai nonni) e probabilmente un sacco di altre cose che ora non mi vengono in mente. E, mi raccomando, non fatemi parlare del Crossfit per i bambini, per favore no, dai, soffoco un conato … infanti in salotto, ripresi e condivisi in rete (siete dei geni, davvero, tutto per un like in più, un “mi piace”) mentre abbozzano dei burpees o dei “deadlift” (un nome, una garanzia), per vanagloria dell’adulto folle in questione: non c’è niente di peggio del genitore che proietta sul proprio figlio i suoi sogni sportivi.

Il Crossfit è potenzialmente qualcosa di degno di nota. Ma c’è sempre stato. Lo chiamavamo allenamento a circuito, addirittura le progressioni a corpo libero al buon vecchio (ma mai troppo decrepito) ISEF avevano il nome di ginnastica Educativa, nel senso che poteva e-ducere, condurre fuori, dal praticante il meglio che aveva. Altro che mascelloni a torso nudo. Siamo seri. Una gran bella operazione commerciale, ma sono cose che, con tutt’altro spirito e con tutt’altra tecnica esecutiva (e con altri, sicuramente meno affascinanti nomi) abbiamo sempre fatto. E continuiamo a fare. A fare bene: misurati (sull’utente), ben eseguiti, a volte rapidi e a volte lenti, spesso con la maglietta, spesso parlando italiano e con degli splendidi sorrisi, senza svenire (ed essere immortalati nel mentre) a fine allenamento, ma godendosela con un po’ di serenità, senza nessuna compulsione. In palestra (non in garage), ci stiamo volentieri, ma con la nostra famiglia ci stiamo meglio, abbiamo degli obiettivi, ma costruiti su di noi e non per le accattivanti avances di un marchio (perché di quello si tratta) e, prima di tutto, quando facciamo movimento cerchiamo di farlo in modo che ci faccia bene, ci renda migliori, che non vuol dire fare una ripetizione in più.

Forse il mio è un “elogio alla lentezza” dettato dall’età che avanza. Beh, forse si. Amo quella lentezza che è veloce quando serve, ma permette di guardare. Guardare senza fiato.

Ripenso con nostalgia a quei pomeriggi in cortile a quel primitivo Crossfit genuino, sincero, viscerale.

Che figata giocare con i torsi nudi …

SL.A.
Le immagini sono tratte da: