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lunedì 27 agosto 2018

Chiuso per Ferie


>CHIUSO PER FERIE<

Una piccola rincorsa; questa chiusura di una decina di giorni (circa), serve per acquisire velocità e, da settembre, spiccare il volo.
Inutile girarci intorno, sarà la stagione decisiva, quella del salto di qualità, quella che ci porterà da “fare un buon lavoro” a “fare un lavoro eccezionale”, scaveremo un solco profondo tra ciò che eravamo e ciò che saremo, puntando diretti verso l’obiettivo (ambizioso): diventare la realtà motoria di riferimento, una sorta di studio dove poter analizzare il movimento, ma non solo, parcellizzarlo, globalizzarlo, rivoltarlo, ... , ma soprattutto, renderlo personale e adatto ad ogni richiesta.
Una sfida con noi stessi, un compito arduo, ma stimolante, un punto di arrivo, ma anche, decisamente di partenza.
Divideremo per unire, in un’ottica di globalità andremo a frazionare i compiti per, paradossalmente, combinarli verso un unico scopo.
Quattro le macro-aree tematiche:
Laboratorio Motorio > allenamento funzionale, attività motoria adattata, rieducazione funzionale, postural training, natural running training, mobilità articolare/flessibilità muscolo-tendinea, athletic training, mental training.
Laboratorio Metabolico/muscolare > fitness cardiometabolico, allenamento con sovraccarichi, allenamento funzionale, rieducazione funzionale, athletic training.
Laboratorio Osteopatico > osteopatia, massaggio, coppettazione, kinesiotaping, postural training, rieducazione funzionale, mental training.
Laboratorio Nutrizionale > valutazione composizione corporea, valutazione stato nutrizionale, consulenza nutrizionale, fitness cardiometabolico, athletic training, mental training.
Evidente l’intreccio continuo: l’utente può scegliere il proprio percorso, sia con il personal trainer, sia seguito dall’istruttore, in base alle proprie esigenze e/o necessità trovandosi così catapultato in un universo di occasioni, tutte altamente qualitative e professionali, in modo da essere accompagnato, con il giusto sforzo e il massimo risultato, al raggiungimento degli obiettivi preposti e, in primo luogo, ad un miglioramento della propria condizione di salute e capacità vitale; non ci stufiamo infatti di ripetere, da tempo, di come il movimento  sia viatico per un miglioramento personale, oltre che performativo (in un’accezione ampia) o estetico.
Ottimizzeremo alcune cose rispetto allo scorso anno, sarebbe un grosso limite non approfittare delle opportunità che stiamo creando: se devo fare un’analisi autocritica di questi (quasi) undici anni di Stile Libero, posso affermare con certezza come, pur non essendo mai mancate iniziative, aggiornamento, professionalità, precisione e attenzione, la disponibilità di tempo, abbia condizionato il lavoro. Non ho potuto (con enorme rammarico), soddisfare tutte le numerose richieste di confronto “one to one”, proprio per impossibilità temporale e di gestione delle varie fasce orarie; ammetto di non aver ancora il dono dell’ubiquità e questo è un mio grosso limite sul quale lavorerò, promesso,  ma nel frattempo ho concentrato le mie energie sul “trovare” il tempo mancante.
Ci siamo “attrezzati” con tre giovani “collaboratori”, Cecilia, Emanuele, Nicolò, che sotto la mia supervisione affiancheranno (e in parte sostituiranno) il mio lavoro di Personal Trainer e la gestione del Laboratorio Motorio, sono molto preparati, persone squisite, alzeranno il livello qualitativo di parecchio, offrendo così più opportunità di usufruire di questo servizio, sia dal punto di vista dell’orario, sia della dell’offerta motoria; Edo avrà la responsabilità del Laboratorio Metabolico/muscolare, mentre Marina si occuperà del Laboratorio Nutrizionale. Io sarò presente un po’ dappertutto, ma da quest’anno la priorità sarà legata al Laboratorio Osteopatico e, per il resto, selezionerò parecchio, in modo da poter dare sempre un servizio più che eccellente.
Bene.
Adesso ci godiamo le (meritate?) ferie, e vi aspettiamo golosi di novità, dal 03 settembre.
Un abbraccio a tutti.
Fede
 
Le immagini mi appartengono

mercoledì 22 agosto 2018

Mobile Immobilità


Studio e pratica dell'Osteopatia, studio e pratica delle Arti Marziali

>MOBILE IMMOBILITÀ<

- Quando restate nella posizione di “ritsu zen”, per esempio nella posizione di abbracciare un albero, visti dall’esterno siete effettivamente immobili. Tuttavia il vostro cuore batte, respirate e, all’interno del vostro corpo, l’attività vitale continua. In più, assumendo regolarmente la stessa posizione, fate uno sforzo muscolare costante, anche se non ne siete coscienti. In questo modo non siete completamente immobili. - (K.Tokitsu)
Quando appoggiamo le mani su una persona, magari sul cranio o sull'addome, visti dall’esterno sembriamo effettivamente immobili.
Ma respiriamo, il nostro cuore batte ed esercitiamo un “non cosciente” sforzo muscolare per tenere la posizione.
Anche la persona che si affida a noi, comodamente sdraiata sul lettino, ad una superficiale occhiata appare immobile; ma nemmeno essa lo è.
I nostri (micro)movimenti, a questo punto si fondono, danno vita ad una danza invisibile, ma frenetica, un continuo saltellare da una condizione di equilibrio a una di disequilibrio fino a quando … woah … tutto si stabilizza per un infinitesimale istante, le tensioni si annullano, le forze scompaiono, è solo quiete, neutro, nulla (Tutti gli aspetti della realtà visibile equivalgono al nulla. Il nulla è l’origine di tutta la realtà. G.F.).
Noi cambiamo e chi si affida a noi, cambia.
- Senza cambiare la sua apparenza, la posizione neutra del “ritsu zen” cambia contenuto seguendo il vostro stato d’animo. Vi rilassate, dapprima immaginando di essere immersi in un bagno piacevole, o avvolti in una nebbia di energia che impregna il vostro corpo, o che una pioggia dorata piena di energia cada su di voi e lavi l’esterno del vostro corpo, per poi penetrare in voi e scendere a terra trasportando con sé gli elementi negativi. - (K.Tokitsu).
Lo scopo di ogni trattamento Osteopatico deve tendere, in primis, ad un cambiamento: di chi lo pratica, di chi lo subisce; cercare un apparente equilibrio, quando questo non esiste, è mera illusione, più efficace cercare di stimolare la capacità di reagire velocemente ai disequilibri, lavorando su una mobile-immobilità, fino ad un istante di pace.
Fede

 
L'immagine è di mia proprietà

martedì 14 agosto 2018

Non guardate qui che non c'è scritto niente

NON GUARDATE QUI CHE NON C’È SCRITTO NIENTE

L'effetto Dunning-Kruger è una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. Come corollario di questa teoria, spesso gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti. (Wikipedia.org)
Leggo, con malcelato (dis)piacere, come gran parte dei miei contatti sia mostruosamente preparato su … tutto.
Wow.
Fino a pochi anni fa, tutto sommato, l’opzione più ambita era quella del c.t. della nazionale o, per i più raffinati, qualche ministro di spicco, o sindacalista di livello: “se ci fossi io …”; la discussione iniziava e finiva tra le pareti di un bar, un bianchino e una partita a briscola.
“I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli” U.Eco.
Superbi ingegneri ed esperti di infrastrutture ogni qualvolta una tragedia sconvolge il profilo geofisico del nostro habitat, ma non solo: economisti di livello internazionale, fini antropologi che dissertano caparbiamente di generi e razze, veicolando con rara maestria flussi migratori imponenti e disquisendo con leggiadria dialettica di supposte supremazie etniche per, nel giro di qualche istante, diventare immunologi di fama mondiale pronti a snocciolare, con eccelsa qualità lessicale, l’ultima su vaccini, non-vaccini e/o cure miracolose.
Tutta questa imponente preparazione è alimentata dal sacro fuoco dell’università della vita (sempre sia lodata) e, in molti casi, da rapide scorrazzate su google, con il sempre fedele bias di conferma al proprio fianco. ("Bias di conferma", ovvero ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione e quindi attribuire maggiore credibilità a quelle che confermano le proprie convinzioni od ipotesi e, viceversa, ignorare o sminuire quelle che le contraddicono. (Wikipedia.org)).
Provo una sana invidia per la vostra preparazione e il coraggio con il quale la esibite in pubblico; il mio sapere di non sapere, filtrato da una vita di studio, mi lascia, invece, in un delicato silenzio.
Il silenzio, la sublimazione del proprio essere.
Ecco, forse, qualche volta rimanere in silenzio potrebbe diventare un segno di grande rispetto. Ricordatelo.
Fede

sabato 4 agosto 2018

PENSARE CON LA PANCIA


>PENSARE CON LA PANCIA<

"Secondo gli antichi una decisione andrebbe presa nello spazio di sette respiri. E' necessario essere determinati e avere il coraggio di gettarsi al di là dello steccato."(Yamamoto Tsunetomo-HAGAKURE)

In genere, prendere una “decisione di pancia”, rientra nell’insieme di quelle che vengono definite “scelte istintive”; non c’è ragionamento e/o razionalizzazione, ma una reazione impulsiva che, per la maggior parte delle persone, diventa una sorta di scommessa, affidandosi ad un fantomatico destino in modo da poter così, forse, giustificarsi attraverso il complesso sistema “sfortuna/congiunzioni astrali/non è colpa mia”.

“Non esistono cose come la sfortuna o altro; solo le persone e le loro decisioni”. (Yvonne Wood)

Ma siamo sicuri che sia tutto proprio così?
Facciamo un passo indietro.
Se dovessimo stabilire un periodo della nostra vita nel quale vengono prese le decisioni che, nella migliore delle ipotesi, potremmo definire discutibili, questo sarebbe senza dubbio quello adolescenziale.


Nella mia triplice veste di genitore, educatore (del movimento) e terapista, ma soprattutto in quella di ex (purtroppo molto, molto ex) adolescente, posso dire senza timore di smentita che effettivamente è un periodo evolutivo quantomeno “confusionario” per quel che riguarda la capacità decisionale.
Cercando una spiegazione neurofisiologica, sappiamo che durante l’adolescenza lo sviluppo del cervello completa inizialmente la maturità di alcune parti della corteccia cerebrale, in particolare i lobi temporali e parietali e le strutture ad essi associate. Questo significa che i centri uditivi, sensoriali e del linguaggio arrivano piuttosto presto ad uno sviluppo completo. [1]
Quindi, capacità discorsive e intellettive “all’avanguardia”, la riconoscibilissima “strafottenza” giovanile, il dover avere sempre l’ultima parola, un eliocentrismo che li colloca, come novelli Re Sole, al centro del loro personalissimo universo.
Ma ... si pone un problema: la parte del cervello deputata al pensiero, alla pianificazione e, almeno in parte, al processo decisionale è la corteccia prefrontale che è un’acquisizione più recente in termini evolutivi e molto più lenta a svilupparsi. [1] Cosa succede, quindi? Niente di particolare, quando un adolescente si trova di fronte ad una decisione, invece di affidarsi alla corteccia prefrontale, non ancora pronta, si butta sulla seconda in grado ... l’amigdala! Questa regione del cervello ha un’importante coinvolgimento nella risposta emotiva, rendendo così, le scelte adolescenziali, tendenzialmente impulsive e vissute/sofferte dal punto di vista emozionale.
Non si conosce perfettamente la ragione, dal punto di vista evoluzionistico, di questa sorte di discrepanza, ci sono alcune ipotesi, ma non è importante addentrarsi ora in questo discorso; la cosa fondamentale, invece, è capire perché questa particolare condizione, che dovrebbe essere tipica dei giovani fino ai diciassette/diciotto anni, si sia dilatata nel tempo fino a vedere, oggi come oggi, “ragazzi” che superano abbondantemente l’età delle superiori , in preda a deliri giovanilistici e ad un’eterna incapacità ragionativa/decisionale.
Qualche idea in merito la ho.
Una, squisitamente personale, esula da spiegazioni scientifiche e si rivolge ad una (generalizzata) mancanza di capacità introspettiva e ad una sconclusionata ricerca di affermazioni mediatiche (quindi esterne), trascurando così crescita e miglioramento interiore.
Mi soffermerei, invece, di più, su quello che è poi il titolo di questo pezzo. Le decisioni di pancia, perché in effetti, una delle giustificazioni di questi “eterni Peter Pan” è proprio quella.
Le “decisioni di pancia” esistono, ma probabilmente rimarrete un po’ straniti nell’apprendere che esiste la possibilità che queste non siano veicolate da “istinto” o “impulsività”, ma da un ragionamento mediato da una porzione particolare del nostro Sistema Nervoso.

 [ ... Aveva intuito che, dalla periferia dell’impero del nostro corpo, quel viscido serpente, che è il tubo digerente , si sarebbe ribellato al dominio apparentemente incontrastato del Sistema Nervoso Centrale e avrebbe chiesto quanto gli era dovuto ...] [2]

Stiamo parlando ovviamente del nostro intestino e di quella parte del Sistema Nervoso che prende il nome di Sistema Nervoso Enterico.


Non farò una dissertazione anatomo-fisiologica, lascio il compito ai lettori di colmare eventuali lacune consultando i testi appropriati.
Si stima che il Sistema Nervoso Enterico possieda tra 200 e 600 milioni di neuroni, un numero superiore a quelli di tutto il midollo spinale: controllare l’intestino ha bisogno di più “intelligenza” di quella che serve per tutto il resto del corpo. E come potrebbe essere altrimenti? La superficie interna del sistema digestivo è 100 volte superiore di quella della pelle e ospita la più sterminata famiglia di commensali dell’intero organismo. [2]
Grossomodo 100 trilioni tra batteri, virus e funghi, in totale un numero di geni cento volte superiore a quello del genoma umano. Il nostro sistema immunitario si poggia quasi totalmente (circa 80%)sugli abitanti dell’intestino che, in una visione paradossale, ma estremamente moderna, possiamo considerare come un tubo in contatto con l’esterno. Lo spazio chiuso dalle pareti dell’intestino, il suo lume, fa parte del mondo esterno. Un tubo aperto che inizia con la bocca e finisce con l’ano. Paradossalmente l’intestino è un tunnel che consente a ciò che sta all’esterno di passare proprio attraverso noi.
Qualsiasi cosa si trovi nel lume dell’intestino è in realtà al di fuori dei nostri corpi, anche se ciò sembra irragionevole.[3]

“Siamo davvero uomini vuoti” (T.S.Eliot)

Gli abitanti dell’intestino, come un avamposto silenzioso, presidiano le frontiere con l’ambiente esterno e comunicano costantemente con quello interno (in pratica fondono i due ambienti), sino a riuscire a controllare persino le nostre strategie e i più reconditi pensieri.
Qui torniamo, quindi, prepotentemente alle nostre decisioni istintive che, alla luce di quello scritto sopra, appaiono molto meno tali.
Secondo questa visione, quindi, chiunque di noi apparterrebbe a una specie complessa-mista, di cui solo il 10% apparterrebbe al genere Homo Sapiens e il resto da sottogruppi di Bacteroides, Prevotellae, Ruminococchi e molti altri microrganismi (il famoso microbiota) che hanno iniziato a colonizzarci milioni di anni fa e hanno la capacità di modificare lo sviluppo e il funzionamento di tutto il nostro corpo, cervello compreso. [2]
Quindi?
Tutte queste parole (molto interessanti, concedetemelo) e poi?
La mia ipotesi, alla luce di quello scritto, tornando al quesito iniziale riguardante la pessima capacità decisionale di “giovani non più adolescenti”, risiede proprio su una bassa qualità dei commensali intestinali. Sappiamo che questi hanno capacità di riprodursi e quindi mutare ogni 20-180 minuti, verificando in modo continuo i cambiamenti delle condizioni ambientali; il nostro intestino ha quindi la possibilità di modificare tutta la popolazione ospite nel giro di pochi giorni. Questo dimostra la sua suscettibilità alle modifiche alimentari che, sarebbe riduttivo definire pessime per la maggior parte della popolazione presa in esame da questo mio scritto: abuso di alcol, abuso di alimenti di origine animale, specialmente carni processate, abuso di zuccheri, mancanza di fibre. Questo porta inevitabilmente ad una sequela di comportamenti (anche decisionali, a questo punto) completamente “fuori fase” dal punto di vista evoluzionistico, generando tra l’altro le più svariate forme d’ansia e problematiche di adattamento ad uno stile di vita “umano”.
La buona notizia è che molto probabilmente una inversione dei comportamenti errati può portare ad una inversione della tendenza testé descritta:

·         Sana alimentazione su impostazione di “vera” Dieta Mediterranea;

·         Osteopatia;

·         Movimento consapevole.

Insomma, un po’ quello che andiamo sempre dicendo, superare l’idea di inseguire modelli esterni a noi, ma buttarsi sul miglioramento personale come chiave di lettura interiore e, quindi, globale del nostro essere.


Si deve, semplicemente, decidere di volerlo fare 
Fede

Bibliografia e immagini

[1] Brain – Il cervello istruzioni per l’uso – DeSalle-Tattersall – Ed.Codice 2012
[2] Imperfezioni Umane – Pani-Corbellini – Rubbettino Editore – 2015
[3] Appunti di Osteopatia Viscerale – Jori DO – Dispense OMTS – 2018 
Immagini:
Presentazione a cura di Federico Saccani DO
Tp24 modificata

lunedì 16 luglio 2018

SCIENZE MOTORIE, OSTEOPATIA E LO STUDIO DEL MOVIMENTO

SCIENZE MOTORIE, OSTEOPATIA E LO STUDIO DEL MOVIMENTO


Un viaggio nel mio concetto di movimento.
Siamo il ritratto del nostro vissuto. Tutto ciò che ha fatto parte della nostra vita, da 1000 giorni prima della nascita (quindi abbondantemente prima del concepimento …) al momento presente, costituisce un patrimonio estremamente personale che rende unico ogni individuo (indivisibile, appunto) nella sua semplice complessità corpo/mente, nel suo essere la variabile di uno schema, nel suo essere eccezione e, dunque, eccezionale.
Uno degli aspetti, dal mio punto di vista il più affascinante, ma sono, ovviamente, di parte, che caratterizza l’unicità individuale è l’attitudine al movimento.
Se è vero che siamo nati per muoverci, evoluti in un ambiente ideale per costruire, a partire dalla locomozione bipede e affermare, con abilità sempre più complesse, la nostra maestria motoria è altrettanto vero che oggi riusciamo a vivere (sopravvivere) anche in assenza di movimento (ed intendo motricità, parlo di fisiologia, non di patologia) grazie ad un habitat ipertecnologico tutto teso ad anestetizzare gli istinti primitivi della nostra specie.
Ci ritroviamo, dunque, in un mondo (e qui parlo della realtà economicamente sviluppata del mondo, quella in cui vivo e che conosco; non amplio il discorso perché sarebbe, sicuramente molto interessante, ma anche piuttosto complesso) dove, da un lato la ricerca della forma fisica viene vista come obiettivo fondamentale da raggiungere: dallo sportivo “della domenica” al fanatico dell’allenamento quotidiano esasperato, entrambi con una forte spinta edonistica a sostenerli, la possibilità di un pasto ipercalorico per uno, l’addome cesellato per l’altro. In contrapposizione, invece, troviamo chi proprio di muoversi non ne vuole sapere e si bea delle possibilità moderne per evitare anche la più piccola contrazione muscolare.
Al centro di questo caleidoscopico panorama … troviamo sgambettante, con la tuta e il cronometro, il “professionista del movimento”, l’uomo (leggasi essere umano) con in mano le sorti motorie della variopinta popolazione testé descritta.
O forse no?
Urge un piccolo passo indietro e una rapida analisi della figura del “professionista del movimento”.
Intanto … si fa presto a dire “Movimento”. Ma di cosa stiamo parlando? Una veloce ricerca etimologica pone in evidenza un verbo, “ameibien” dal greco antico, possiamo definirlo con “cambiare, mutare, spostarsi”. La radice -mei, di questo verbo, indice di cambiamento, la ritroviamo nel sanscrito (porre in moto) e nel latino “Movere”, dal quale ricaviamo la parola “Movimento”, ma anche “E-movere” e quindi la parola “Emozione” e “Motivum” da cui “Motivazione”. Ecco, da questo punto di vista, la parola “Movimento” acquista tutta un’altra luce e si scopre come sia prepotentemente legata ad altri due termini fondamentali, “Motivazione” e “Emozione”; il quadro acquista un’interessante complessità, insegnandoci come il “professionista del Movimento” debba occuparsi di diverse sfaccettature quando si pone nell’esercizio della sua professione.
È intuibile come questo sia a tutti gli effetti un grande “potere” esercitabile; la possibilità di poter agire quasi a 360° su ogni individuo è un modo di collegamento unico e speciale.
Tutto questo cosa comporta? Potrei rispondere con una citazione “Da un grande potere derivano grandi responsabilità” B.P.  e da sola sarebbe già più che sufficiente a reggere il discorso.
Racconto un aneddoto dove, senza mezzi termini, questo potere e questa responsabilità emergono in maniera devastante.
<< “Già salire questi gradini mette un certo peso sul cuore”, penso mentre percorro la scalinata buia e ripida. Terzo piano del reparto più angosciante dell’ospedale. Stanza microscopica, silenziosa.
Un letto, una sedia e un’infinità di monitor, sembra il ritratto della camera di un hacker informatico, invece è solo l’anticamera della morte, il luogo dove lascerà l’ultimo respiro, poche ore dopo la mia visita, la persona che sto andando a salutare.
Confesso di aver paura ad entrare.
L’assenza di rumore è assordante, tutto è vorticosamente immobile, mi rendo conto di trattenere il respiro.
“Ciao, come promesso eccomi qui”.
Marina incalza: “Hai visto! Ti ho portato il coach”.
Il torpore farmaco-indotto svanisce per un attimo. Due occhi vivi si spalancano e mi squadrano, un braccio candido come la neve si lancia ad afferrare la maniglia posta sopra al letto.
Sforzo immane per mettersi a sedere.
Un sorriso sincero, come quello dei bambini.
Le lacrime scesero allora, come scendono adesso mentre scrivo.
Un gesto simbolico, volontario e profondo nel suo significato più vero.
Il movimento come ultimo appiglio alla vita.
“Sai, erano giorni che non riusciva più a farlo”, sussurrano i parenti.
Il potere di condividere il movimento, come avevamo fatto centinaia di volte in passato, ha restituito una forza sovrumana>>.
Da questo potere derivano, senza dubbio, grandi responsabilità.
Torniamo al discorso centrale: il movimento viene inquadrato, ora, da una luce diversa, lo guardiamo da una prospettiva laterale e riusciamo a scorgere sfaccettature sfuggenti in precedenza.
Il professionista, che voglia essere veramente tale, si pone in confronto con un paradigma nuovo del concetto motorio; per affrontarlo non è sufficiente una conoscenza degli esercizi (che sia buona o sommaria poco cambia) o delle combinazioni tra essi, ma uno scavo (Dig On) più profondo, uno sguardo che esca dalla visione “di tendenza”, per immergersi, senza paraocchi in un oceano infinito di possibilità.
Il confine tra il professionista e “l’improvvisato” (i vari coaches imperversanti in rete, ad esempio) deve essere questa differente capacità di analisi.
Il professionista del movimento deve, per affrontare coscienziosamente il proprio lavoro, prima di tutto fare un viaggio introspettivo, improntato alla conoscenza di sé, fondamentale per un rapporto con l’altro, indispensabile per la ricerca di un proprio “stile motorio” che sia libertà e non prigionia, apertura e non chiusura, trovare e non perdere.
Non è facile, anzi, è quasi impossibile, ma è l’unica strada percorribile per dare un senso a ciò che facciamo. “Non conta il risultato, o quantomeno non è così importante, ma è fondamentale il cammino” M.R. in quest’ottica dobbiamo iniziare a muoverci, abbiamo la possibilità di migliorare il mondo che ci circonda, ma dobbiamo prima imparare a migliorare noi stessi.
La strada?
Studio, esperienza, osservazione, pratica, apertura mentale, pensiero laterale.
L’Osteopatia è tutte queste cose. Intanto è studio del movimento, gli osteopati usano dire: L'osteopatia è la regola del movimento, della materia e dello spirito, dove la materia e lo spirito non possono manifestarsi senza il movimento; pertanto noi osteopati affermiamo che il movimento è l'espressione stessa della vita”, declinando così, in modo preciso ed inequivocabile, come il muovere sia punto cruciale della pratica osteopatica; è esperienza, palpatoria da un lato, ma anche esperienza di vita, della propria e di quella del paziente; è osservare, meticolosamente, il corpo, i segni che esso presenta e i segnali che invia; è pratica, indefessa e continua, ma soprattutto è apertura mentale e pensiero laterale, quell’uscire dagli schemi, unica strada per poter comprendere a fondo l’individuo, unico, indivisibile. Mi fanno un po’ sorridere, infatti, gli strali lanciati, con un po’ di puzza sotto il naso (oggi si dice “radical chic, qualsiasi cosa significhi), da torri eburnee “sanitarie” che vedono gli “scienziati motori” fuori luogo nello studio della materia osteopatica, mentre io credo (ma sono decisamente di parte), viste le premesse, sia un matrimonio più che riuscito.
Ecco come due discipline, solo apparentemente lontane, diventano le due facce di una medaglia, o addirittura la stessa faccia della stessa medaglia, il movimento.
Siamo tornati al punto di partenza ed in effetti quello è lo scopo di ogni viaggio “Noi non cesseremo l’esplorazione e la fine di tutte le nostre ricerche sarà di giungere là dove siamo partiti e conoscere il luogo per la prima volta.”
T.S.E., ritrovarci più consapevoli; a pensarci bene questo è lo scopo ultimo del muoversi, trovare consapevolezza, presenza, certezza di esistere, una Via da percorrere dentro di sé.
Lo ripeto sempre, durante gli allenamenti o prima dei trattamenti osteopatici “dovete uscire dalla porta diversi da come siete entrati, non fermatevi in superficie, provate a guardare in profondità”; dobbiamo cercare di immergerci nell’attimo che stiamo vivendo e in ciò che stiamo facendo per poter accorgerci di quanto stiamo cambiando.
Possibilmente apprezzando la lentezza di questo processo.
Nella vita c’è di più che aumentarne la velocità (Mahatma Ghandi).
SL.A.

La prima immagine mi ritrae e mi appartiene
La seconda è tratta, modificata, dal testo "Il Karate nell'età evolutiva" di Davi-Sedioli Società Stampa Sportiva Roma 2002
La terza presa dal sito solistaosteopathy.com

venerdì 8 giugno 2018

Lettera ad un Orango


>LETTERA AD UN ORANGO <
Avrei voluto essere lì con te, la stessa fierezza, lo stesso sguardo colmo di compassione per chi non capisce, ma comunque carico di un forza ancestrale, ormai da noi, tuoi cugini prossimi, completamente dimenticata.
Avrei voluto essere lì con te, spalla a spalla, fondermi e nutrirmi del tuo primitivo coraggio del tuo amore profondo per Madre Terra, combattere fino ad non avere più braccia, a non avere più gambe, solo cuore, grande e possente; combattere e, perché no, morire, per una causa che è più grande della vita del singolo, perché è la vita stessa. Tu lo sai e quel pugno alla benna del bulldozer ne è fedele rappresentazione; è un urlo di rabbia, un colpo alla stomaco per tutti noi, seduti nelle nostre comode case, complici di un abominio distruttivo, denti di un ingranaggio autolesionista ormai lanciato a velocità folle, inarrestabile.
Avrei voluto essere lì con te, amico Orango, scagliarmi contro un sistema folle, liberare la mia mente obnubilata dalla finzione che mi circonda, avrei voluto essere lì con te e alzare il mio urlo primordiale verso il cielo, sentirmi parte di un mondo che mi accetta senza giudizio, considerandomi parte di un tutt’uno vivente. Perdonami, se puoi, amico mio. Respiro la tua stessa aria, bevo la tua stessa acqua, mangio le tue stesse foglie, calpesto la tua stessa terra, ma non sono come te, non più. Ho perso il mio sguardo orgoglioso, ho perso la mia voglia di vivere, ho venduto la mia anima al blasfemo dio denaro, ho lasciato che abusassero del mio coraggio, rendendomi la pallida imitazione di ciò che ero. Perdonami, amico mio.
Firmato: L’essere Umano.

Oggi sono qui e lacrime veloci segnano il mio volto, il cuore accelera il battito, la pioggia bagna la pelle e risveglia, almeno in parte la coscienza: grazie per ciò che sei, per ciò che hai fatto, per ciò che rappresenti.
Combatti il sistema. Sempre.
Fede

Non  conosco la provenienza dell'immagine, che mi è stata mandata via messaggio. Contattatemi per eventuali problemi legati al copyright.